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SPREAD, PAREGGIO DI BILANCIO E CRISI ECONOMICA 14 aprile 2012

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.lafinanzasulweb.it il 14 aprile 2012

Sui mercati finanziari, ieri lo spread, ossia, come ormai tutti sanno, il rapporto tra BTP e Bund tedeschi, è risalito a quota 400, mentre la borsa di Milano dopo aver perso 5 punti percentuali lo scorso mercoledì ha perso ieri altri 3 punti e mezzo. Un vero crollo. C’è da chiedersi il perché di una simile infiammata, e le risposte degli analisti finanziari sono state anche piuttosto fantasiose, come quelle che riguardavano i costi italiani di un default spagnolo. Lacunosa è stata invece quella del premier tecnico Mario Monti, che ad un giornalista che lo incalzava proprio sulla crescita dello spread egli ha risposto un laconico “dipende da una serie di fattori molto diversificati”. Ossia tutto e niente.

Posto comunque che lo spread è stato in questi tempi di bolle speculative fortemente sopravvalutato come indicatore e che ha scarsa valenza in termini di analisi sulla salute economica di un paese. Risultato solamente del cortocircuito economico causato dalla separazione tra la politica monetaria, in capo alla Banca centrale europea indipendente dagli stati membri, e la politica fiscale e del debito pubblico, in capo agli stati.

Ben più rilevante è il dato sulla produzione industriale che continua la sua caduta. Si è infatti contratta di oltre 1/5 dall’aprile 2008. Secondo l’Istat a febbraio il dato è di un -0,7% rispetto a gennaio, mentre  su base annua è di un -6,8%, il peggior dato dal novembre 2009. Siamo quindi in recessione?  Di sicuro siamo ben lontani dall’aver risolto la nostra crisi economica e camminiamo ancora lungo la soglia del burrone.

L’analisi più utile in questi casi è sempre quella sistemica. Si potrebbe ragionare infatti sull’Europa dell’euro in  cui tutti i paesi membri sono forte decrescita, in recessione se si vuole, intrappolati in margini imposti dal trattato di Maastricht avulsi dal contesto economico già nel momento della loro formulazione e del tutto fuorvianti oggi, in una economia fortemente più globalizzata rispetto ad allora.

Si potrebbe poi ragionare sulla imminente votazione in Senato della modifica costituzionale dell’art. 81 che introdurrà fra qualche giorno e nell’assoluto silenzio dei media il cosiddetto pareggio di bilancio, e quindi l’obbligo per lo Stato di pareggiare i costi e i ricavi. La norma è importante per le conseguenze che comporta. Con il pareggio di bilancio lo Stato, dopo aver delegato la politica monetaria alla Bce, rinuncerà con la pronuncia del Senato a controllare e a indirizzare l’economia italiana attraverso le politiche anticicliche. E questo sarà l’ultimo atto dell’autonomia politica del nostro paese.

Rimasto privo di strumenti politici, poco o nulla potrà fare un governo tecnico o politico che sia per ridurre il debito pubblico, se non aumentando ulteriormente la pressione fiscale, riducendo le pensioni e giustificando mediaticamente le politiche recessive con la demonizzazione di figure fantomatiche, come quella di “evasori totali”, rei secondo una stravagante logica di rendere i servizi pubblici inefficienti e insufficienti.

E come nei testi di Tremonti alle paure devono seguire le speranze e le vie d’uscita. Mentre lo spread è un’espressione dell’economia finanziaria che poco ha a che fare con l’economia reale di un paese, chi è chiamato a porre rimedio ai guasti di una economia mondiale così fortemente finanziarizzata, come quella attuale, dovrebbe fare più caso ai valori reali e non farsi trascinare dagli indici schizofrenici di quella che un giornalista economico tra i più accorti ha chiamato “finanza-casinò”.

Questi non sarà più un governo nazionale, non il nostro almeno che non disporrà più, dopo la pronuncia fra qualche giorno del Senato, nemmeno di armi spuntate contro la crisi economica. Il futuro è in mano a organismi sovrannazionali, di integrazione di area come quelli europei, che non sono ancora espressione di una politica, ma solo di un ambiente tecnico. Quindi l’unico augurio per il futuro è quello che tali tecnici possano essere più illuminati dei politici. Ossia che sappiano distinguere tra economia produttiva ed economia speculativa. Incentivando la prima, con politiche di investimento e di innovazione e comprimendo la seconda, colpevole delle attuali tempeste speculative. E tali politiche di investimento non potranno prescindere da una raccolta di capitali sul mercato e quindi dalla creazione e dalla vendita degli eurobonds.

Occorre in altre parole ricreare quei presupposti che hanno caratterizzato il periodo del “miracolo economico” della metà degli anni Cinquanta fino alla fine quasi degli anni Sessanta, in cui l’Italia ha potenziato l’industria pubblica (la creazione dell’Eni è del 1953), e l’ampliamento dell’IRI in tutta una serie di attività: dalla siderurgia alle autostrade, alla grande distribuzione. Allora la parola liberalizzazione non andava di moda, semmai il precetto era investire in grandi infrastrutture e nella grande industria con capitali pubblici.

Il blog di Emanuela Melchiorre

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3 Responses to “SPREAD, PAREGGIO DI BILANCIO E CRISI ECONOMICA”

  1. Lo Ierofante Says:

    L’dea della misura anticiclica dei lavori pubblici e dell’aumento di spesa a favore di imprese pubbliche è un ritornello keynesiano che torna “ciclicamente” di moda, sopratutto nei periodi di crisi. Un vecchio mito, insomma.
    I cittadini chiedono sempre allo Stato di attivarsi nella costruzione di opere per creare nuovo sviluppo e occasioni di lavoro, poichè ritengono lo stesso come l’unica via di salvezza. Tuttavia, se analizziamo bene la questione, se lo
    Stato tassa i suoi cittadini o decide di prendere in prestito da loro riduce le possibilità dei medesimi cittadini di risparmiare, consumare o di investire, nella stessa entità in cui accresce la propria. Se, invece, lo Stato decide di
    ricorrere a misure inflazionistiche per sovvenzionarsi ciò rende la situazione allo stesso modo non migliore.
    Il Governo Monti sta fallendo la sua missione perchè se il deficit spending è da considerarsi quale cosa negativa, il pareggio di bilancio ottenuto innalzando la pressione fiscale e non tagliando ed ottimizzando la spesa pubblica è anche peggio. L’aumento della pressione fiscale in un periodo di recessione non può fare altro che incentivare ancor di più la stessa.
    Quello di cui il Paese ha veramente bisogno è la liberazione delle risorse umane ed economiche dei privati cittadini, il quale si può ottenere soltanto se lo Stato decide di intraprendere una vera cura dimagrante e contemporaneamente decide di implementare una burocrazia che sia davvero business-friendly.

    Cordialmente.

    • Grazie per il suo commento e in gran parte sono d’accordo. La spesa pubblica nella sua componente corrente è sicuramente il male peggiore delle economie moderne perché prevalentemente improduttiva. L’aumento delle assunzioni a dismisura, negli ultimi decenni, ha rappresentato una forma di ammortizzatore sociale tra le più onerose.
      Diverso è il discorso delle spese in conto capitale, fortemente produttive e propulsive di sviluppo.
      La semplificazione burocratica e quindi la semplificazione della vita dell’azienda potrebbe essere e sicuramente è una via da percorrere. Ma poiché siamo sotto un governo tecnico e quindi per definizione privo di esperienze dirette della vita sociale difficilmente potrà comprendere il ruolo chiave della semplificazione. Le ultime riforme che il governo Monti ha intrapreso ed anche quelle a cui ha rinunciato ne sono una prova tangibile.

      • Lo Ierofante Says:

        “siamo sotto un governo tecnico e quindi per definizione privo di esperienze dirette della vita sociale difficilmente potrà comprendere il ruolo chiave della semplificazione. Le ultime riforme che il governo Monti ha intrapreso ed anche quelle a cui ha rinunciato ne sono una prova tangibile”.
        Questa Sua suddetta frase rende giustizia a milioni di italiani.
        Per quanto attiene il principio secondo il quale Il vincolo del pareggio di bilancio va posto soltanto sulla spesa corrente ma non, in linea generale, per le cosiddette spese di investimento, non mi trova d’accordo o meglio specifico. Considero questa posizione assolutamente legittima e “fedele” se si pensa che esistano delle cose che soltanto lo Stato possa realizzare, o quantomeno che in prima battuta le debba realizzare innanzitutto Lui. Ma se
        non ci pensasse lo Stato a fare certe cose, quali ad esempio strade, scuole, ospedali ed altre infrastrutture, siamo
        sicuri che il libero mercato non coprirebbe tali lacune e magari anche con una efficienza decisamente maggiore rispetto alla logica “pubblica”?
        Quando frequentavo l’università “pubblica” i miei professori di allora mi hanno insegnato economia seguendo i dettami economici del “Vangelo secondo Paul Samuelson”. Successivamente alla laurea ho potuto apprezzare altri autori che pochissimo spazio trovano all’interno del mondo universitario italiano e nelle logiche politiche, autori quali Von Mises, Von Hayek, Rothbard, Huerta de Soto etc. Coloro che fanno riferimento alla così chiamata “Scuola Austriaca di Economia”.
        Con ciò voglio affermare che spero che un giorno il dibattito economico ufficiale, quello che appare quotidianamente sui media mainstream, si possa finalmente aprire anche a posizioni “diverse”, e credo, con tutta la mia sincerità, che persone come Lei siano in possesso di quella stoffa necessaria a portare allo scoperto quanto ho appena detto sopra.

        Cordialmente.


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