Agricoltura ricca e Agricoltura povera

Agricoltura ricca e agricoltura povera

di Emanuela Melchiorre – 25 gennaio 2006

Dalla firma del Trattato di Roma, nel 1957, la Politica Agricola Comune (PAC) è stata al centro dell’intervento comunitario nell’economia. Ha esordito sovvenzionando la produzione di derrate alimentari di base e ponendosi alcuni obiettivi tra cui, preminenti, il sostegno dei redditi degli operatori agricoli e la stabilità dei prezzi. Delle risorse destinate a tale politica, il 40% del totale è stato appannaggio dell’agricoltura francese; del restante 60% una quota notevole è andata all’agricoltura tedesca ed una restante quota è stata ripartita fra tutti gli altri paesi dell’Europa.

L’originale impostazione della PAC ha subìto nel tempo diverse riforme, con l’intento di evitare gli effetti distorsivi che tuttora provoca, cristallizzata intorno all’obiettivo del sostegno del prezzo e dei redditi dei coltivatori. È chiaro che un coltivatore, che si vede garantito un livello di prezzi indipendente dalla quantità di produzione che offre sul mercato, non ha incentivo a migliorare l’efficienza delle proprie colture. Così come, nei settori dove la produzione supera la domanda, il coltivatore che vede garantito l’acquisto delle quantità eccedenti le esigenze del mercato non ha alcuno stimolo alla riduzione della produzione. Il risultato immediato di tali distorsioni è la mancanza d’incentivi all’efficienza ed all’innovazione tecnologica.

Sotto questo profilo la politica comunitaria non ha avuto effetti strutturali significativi, di rinnovamento o di competitività. I paesi che da sempre sono caratterizzati da livelli qualitativi elevati nelle produzioni agricole hanno confermato la loro predisposizione; le aree che presentano un ritardo di sviluppo non hanno manifestato cambiamenti rilevanti. I Paesi dell’Europa Centro Orientale (PECO), che hanno fatto il loro ingresso nell’Unione Europea nel 2004, grazie anche all’intervento del nostro Presidente del Consiglio, hanno prepotentemente posto l’esigenza di colmare il divario economico fra l’Europa a 15 ed una regione che, succube di governi totalitari comunisti, non ha mai avuto la libertà di accedere ad economie di mercato. Il divario ha notevoli dimensioni e può essere facilmente rappresentato dall’andamento di due valori: il Reddito pro-capite e il PIL agricolo (il contributo agricolo alla formazione del reddito).

Fatto uguale a 100 il reddito pro-capite negli Stati Uniti (oltre 37.000$ l’anno), quello ad esempio della Bulgaria è 6 (pari a circa 2.200$). Inoltre, l’apporto del settore agricolo è del 2% negli USA e del 11% in Bulgaria. Ciò significa che negli USA i settori industriale e dei servizi, caratterizzati da una maggiore produttività del lavoro, hanno un ruolo preponderante nella formazione del reddito. Stesso divario tra i due valori si ha se si calcola la loro media tra Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Passando a considerare i paesi della regione PECO, vediamo che la differenza tra le due grandezze va visibilmente assottigliandosi. Un rapido sguardo alla tipologia di produzione che caratterizza l’area, ci dice che essa riguarda i medesimi settori dell’Europa a 15, ma con più bassi standard di economicità.

Questo è un paradosso. I paesi caratterizzati da uno sviluppo maggiore si trovano a dover finanziare una politica UE di sostegno ad un settore produttivo con un’incidenza sul reddito nazionale molto bassa (il PIL agricolo dell’Italia, ad esempio, è appena del 3%). Presi singolarmente, e concordemente con quanto sostiene il Primo Ministro inglese Tony Blair, tali paesi non hanno alcun vantaggio a perseguire una politica di sostegno all’agricoltura di queste proporzioni (le risorse da destinare a spese agricole nel bilancio UE 2005 sono del 42,6% paria 42.835.450.000 Euro).

In seguito all’ingresso di 10 nuovi paesi, ci ritroviamo a dover ripartire le risorse, per definizione finite, per un numero più grande di stati. Occorre, quindi, utilizzarle al meglio, in funzione cioè dei vantaggi comparati. Si pone l’interrogativo se il sostegno comunitario allo sviluppo rurale che mantenga la politica dei prezzi sia realmente una linea di sviluppo efficiente. Sembra ragionevole che la PAC necessiti di una revisione sostanziale. Occorre concentrare quest’enorme mole di risorse nel perseguire pochi semplici obiettivi. In primis la specializzazione produttiva secondo la maggiore disponibilità locale di risorse. In secondo luogo, finanziare investimenti strutturali in know-how studiati ad hoc per le specifiche esigenze locali, aumentando la produttività del lavoro e riducendo il numero degli addetti, da impiegare, ovviamente, in altri settori.

A tal proposito, è d’esempio illuminante l’economia USA, che da sola produce circa 1/4 della produzione agricola mondiale, caratterizzata da un massiccio impiego di capitali in tecnologie applicate all’agricoltura, volte ad aumentare notevolmente il rendimento del lavoro e a destinare maggiori risorse a settori più avanzati. Si favorirebbe, in tal modo, una naturale diversificazione della produzione per aree geografiche differenti, si eviterebbe la sovrapproduzione di determinati prodotti e la consequenziale regolamentazione delle quote di produzione (è vivo il ricordo dei coltivatori diretti che, in Italia, protestavano per la strada contro le quote latte). Si eviterebbero, infine, le distorsioni economiche conseguenti un intervento pubblico non curante delle tipicità locali.

L’interrogativo è, a questo punto, perché non abbandonare una linea di politica che porta ad un’agricoltura povera per sperimentare, finalmente, una politica che sviluppi un’agricoltura ricca?

Emanuela Melchiorre

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