Cina e Giappone due realtà a confronto

Cina e Giappone, due realtà a confronto

di Emanuela Melchiorre – 23 febbraio 2006

Un’analisi del divario di sviluppo tra i paesi poveri dell’area asiatica e quelli sviluppati può essere condotta tra due paesi appartenenti alla stessa area geografica, ma con caratteristiche e strutture produttive differenti, la Cina e il Giappone. La Cina è, in termini assoluti, il Paese più popolato al mondo, con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti su una superficie di 9 milioni di kmq. e con una densità di popolazione di 135 ab./kmq. Le campagne di pianificazione familiare intraprese già dal 1970 hanno abbassato notevolmente il tasso di crescita. È una popolazione che però sta invecchiando. La previsione Onu per la Cina del 2040 prevede 2 abitanti in età lavorativa per ogni cittadino più vecchio di 60 anni, nel 2000 il rapporto era di 6,4 a 1. Le lingue parlate sono molteplici. Il cinese è la lingua ufficiale, ma sono parlate anche il coreano, i dialetti tibetani, il kazaco, il mongolo e l’uiguro. Convivono ben undici gruppi etnici differenti; la maggioranza della popolazione è Han, gli altri sono Zhuang, Manciù, Hui, Miao, Tujia, Yi, Mongoli, Tibetani, Yao e Dong. I cinesi che vivono in centri urbani sono 520 milioni (40% del totale della popolazione cinese) ma è continuo il flusso migratorio dalle campagne. Il 47% circa della popolazione cinese vive con 2 $ Usa al giorno. Dalla metà del secolo XIX, un’intensa emigrazione ha portato numerose comunità cinesi nell’Asia sud orientale, in America ed in Europa. Gli «huaqiao», i cinesi emigrati, sono stimati in circa 50 milioni.

Il Giappone ha una superficie di 373 mila kmq, dove vivono 128 milioni di abitanti, con una densità di 342 ab/kmq, in maggioranza giapponesi e in minoranza coreani e cinesi. Di questi, il 79% circa vive in agglomerati urbani e la popolazione attiva, che corrisponde all’offerta di lavoro del Paese, si aggira intorno ai 66,9 milioni di persone. Il Giappone produce un Pil (4.195.041 ml $ Usa) quasi tre volte (2,81) più grande di quello cinese (1.491.073 ml $ Usa). Il tasso di disoccupazione cinese è del 26% circa, contro il 5% giapponese. La popolazione attiva è di circa 780 milioni ed è ripartita tra l’agricoltura, l’industria e il terziario in proporzioni diverse. Il settore agricolo assorbe quasi il 50% della forza lavoro, ma il contributo agricolo al Pil è solamente del 15% circa. Se ne deduce che la produttività nel settore agricolo in Cina è estremamente bassa. L’XI piano quinquennale (2006-2010) che dovrebbe essere approvato nel mese di marzo dall’Assemblea nazionale del popolo (ANP), l’organo supremo del potere statale, si prefigge di raggiungere uno «sviluppo scientifico», inteso come sviluppo sostenibile, che rivolga l’attenzione alle aree depresse del Paese, mediante la formula «prosperità condivisa». Al di là delle parole altisonanti, resta ancora da dimostrare se il Partito Comunista Cinese (Pcc) sia in grado di colmare la crescente diseguaglianza tra le diverse aree del Paese e tra la popolazione urbana e la popolazione rurale. Fino ad ora il divario è cresciuto in seguito alla strategia di crescita, fin qui seguita, che ha posto particolare attenzione alle zone costiere.

In Giappone il settore produttivo che contribuisce in misura maggiore al Pil è il terziario, dov’è occupata la percentuale maggiore di forza lavoro. La Cina spende il 2% del suo Pil per sostenere la sanità pubblica. Il sistema sanitario non è in grado di soddisfare le esigenze di una popolazione tanto vasta e per il momento non raggiunge gran parte della popolazione rurale (circa 700 milioni di abitanti). Esistono fondi di sostegno a lavoratori che danno diritto alle «6 garanzie», cibo, vestiario, assistenza medica, alloggio, istruzione per i bambini e funerali. Questo sistema pensionistico è rivolto però ai soli dipendenti statali. Per estendere il sistema delle assicurazioni sociali, il governo di Pechino spinge la popolazione ad aderire ai pacchetti offerti da numerose assicurazioni private, traslando in tal modo l’onere del sostegno pubblico previdenziale verso il mercato privato.

Il Giappone destina il 6,5% del Pil alle spese per la sanità. Il sistema pensionistico giapponese è composto da una pensione nazionale diretta a tutti i cittadini, alimentata da contributi obbligatori, e da una pensione di lavoro, con contributi a metà fra dipendenti e datori di lavoro. Inoltre, è molto ampio il mercato delle assicurazioni private. Il numero degli studenti nei due paesi, suddivisi per livello di istruzione, evidenzia la notevole differenza nel grado di istruzione della popolazione.

La popolazione cinese frequenta prevalentemente la scuola dell’obbligo, in quanto l’istruzione del primo livello è sostenuta da alcuni fondi pubblici. Le università sono circa 1000, gli studenti universitari circa 18 milioni e dal 2000 il numero dei laureati è cresciuto di circa il 40%. Persiste comunque un tasso di analfabetismo di circa il 9%. I giapponesi frequentano in gran numero ogni livello, compreso il più elevato. Ciò rispecchia la diversa importanza che i due governi attribuiscono a questi aspetti del welfare state. Il Giappone destina il 3,6% del Pil all’istruzione e il 3,3% del Pil alla ricerca. La Cina ne destina il 2,3% all’istruzione e appena l’1% alla ricerca.

Sono notevoli le sfide che la Cina è chiamata ad affrontare, che trovano origine negli squilibri della crescita accelerata. Non resta che chiedersi se i dirigenti cinesi della «quarta generazione» saranno in grado di perseguire il loro scopo dichiarato di raddoppiare la produzione entro il 2010 e, allo stesso tempo, di «condividere» tale prosperità.

Emanuela Melchiorre

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