Internet in Cina: una lunga marcia

Internet in Cina: una lunga marcia

di Emanuela Melchiorre – 27 febbraio 2006

La Cina è terra di conquista. I network globali tentano la penetrazione nel mercato cinese anche a costo di compromessi etici, che minano alle fondamenta il significato ultimo di Internet, ossia la libera circolazione delle informazioni. Nel contempo, i network cinesi, anch’essi di grandi dimensioni, tentano di mantenere la loro fetta di mercato locale. Gli Internet users cinesi aumentano a ritmo molto sostenuto, specie tra la fascia di popolazione più giovane. Dai dati ONU risulta che dal 2000 al 2003 siano cresciuti da 22,5 milioni a 79,5 milioni di utenti con un incremento medio annuo nel quadriennio del 37.1%.

Tra i principali protagonisti del web made in China il marchio più noto è, probabilmente, Alibaba.com con più di 10 milioni d’utenti registrati, che coinvolge una notevole quota delle esportazioni di prodotti cinesi verso il resto del mondo ed è stato insignito da Forbes – la Home Page per i World’s Business Leaders – per sei anni consecutivi del prestigioso premio «Best of the Web». Alibaba comprende il portale dedicato agli acquisti TaoBao, un sito simile all’americana eBay, che si è specializzato nelle aste online, mettendo in contatto piccoli commercianti, consumatori e chiunque abbia qualcosa di nuovo o di usato da vendere o comprare. Sempre Alibaba è il 27esimo sito al mondo come quantità di visitatori giornalieri, mentre TaoBao è addirittura il 18esimo (secondo il traffic rank di Alexa, sussidiaria di Amazon). Alibaba è la creatura di Ma Yun (detto Jack Ma) che, nel 1999, fondò il sito per creare un mercato virtuale d’incontro fra l’universo delle piccole imprese cinesi e i loro potenziali clienti in tutto il mondo. È divenuto un crocevia del nuovo commercio globale. Da anni l’americana eBay investe capitali in Cina nel tentativo di scalzare il dominio di Alibaba nel commercio elettronico. Analogamente, Yahoo! ha investito un miliardo di dollari in Alibaba, entrando in possesso di una quota attorno al 40%. È il più grosso investimento mai realizzato da un’impresa straniera nel mercato tecnologico cinese.

Sinasina, o più semplicemente Sina, altro network cinese di notevole importanza, è stato capace di quintuplicare il suo valore in borsa. Netease.com, invece, secondo il net rating di Alexa, negli ultimi mesi è crollato dalla posizione 807 a oltre la 1700. Baidu.com è il maggior motore di ricerca cinese (è il quarto sito al mondo secondo Alexa), di cui una fetta è stata acquisita, nel 2004, da Google. L’americana Amazon, la prima «libreria elettronica» del mondo, ha comprato il suo gemello-rivale cinese Joyo per 75 milioni di dollari. L’agenzia viaggi online Expedia ha comprato la maggioranza della cinese Elong per 168 milioni. Google ha annunciato che il suo prossimo centro di ricerca e sviluppo lo aprirà in Cina anziché negli Stati Uniti. Gli Internet Café sono nati come funghi per via della scarsità di computer presenti nel 2002 nelle case cinesi (28 ogni 1.000 abitanti, mentre in Italia la media è di 231 ogni 1.000 abitanti).

Il governo guarda con preoccupazione alla Rete libera e globale, in quanto tale strumento di comunicazione di ideologie straniere (perlopiù occidentali) può avere molta presa soprattutto sui giovani (secondo i dati ONU, nel 2002 il 41,3% dei navigatori cinesi è compreso tra i 21 e i 25 anni). A questo fermento di attività si contrappone una muraglia digitale del partito popolare cinese (PCC), che pone sotto controllo ogni forma di accesso ad Internet. Ad esempio, il controllo sistematico dell’informazione adoperato dal governo di Pechino passa per la censura di numerose voci e immagini dai risultati delle ricerche dei motori di ricerca Google, Yahoo! e Microsoft. Le parole censurate sono, tra le altre, «Tien an Men», «democrazia», «Dalai Lama» e «Falun Gong». Ha portato anche alla chiusura di ben 8.600 Internet Café. Gli Internet Café sono in realtà delle sale nelle quali la principale attività è giocare ai videogames, ma, secondo le autorità cinesi, i videogiochi hanno un effetto deleterio sulla gioventù.

Chiunque voglia investire in Cina deve, perciò, fare i conti con la censura e il controllo del governo comunista. A queste regole si sono uniformati i giganti Internet Google, Yahoo!, Microsoft e Cisco System che, per il loro comportamento accomodante di autocensura e di fornitura di software per la selezione delle parole, sono stati condannati dall’opinione pubblica mondiale. La Casa Bianca ha risposto all’appello che i network americani hanno lanciato per contrastare le pratiche di limitazione della libertà d’opinione del governo cinese. La risposta è stata democratica. Il Governo Statunitense ha istituito una task-force di studio dei limiti posti dai regimi repressivi alla libera circolazione delle informazioni. Sarà un organo di controllo senza alcun potere esecutivo. Tuttavia, lo strumento di cui disporrà sarà «la penna», ovvero la pubblicazione di rapporti a beneficio dell’opinione pubblica.

Emanuela Melchiorre

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