Cina: singolari anomalie della crescita di un Paese mercantilista

Cina: singolari anomalie della crescita di un Paese mercantilista

di Emanuela Melchiorre – 30 marzo 2006

Il gigante asiatico che da anni ormai riempie colonne dei giornali per la sua crescita in percentuale annua del PIL, ma soprattutto per la mole delle sue esportazioni vendute sottocosto e in concorrenza sleale (dumping), mostra al suo interno delle allarmanti anomalie. La cosiddetta «fabbrica del mondo» ha attirato capitali stranieri (secondo il China Statistical Yearbook 2002 il 30% circa delle industrie cinesi sono filiali di industrie estere) con forti incentivi fiscali, per via del basso costo della sua mano d’opera, per la scarsa attenzione alla tutela ambientale nonché alla salubrità dei luoghi di lavoro e alla tutela dei lavoratori e con i conseguenti risparmi in termini di produzioni non eco-sostenibili.

Una vasta anomalia a carattere geografico. La localizzazione delle industrie si è concentrata sulla costa orientale, caratterizzata dalla presenza di grandi porti commerciali, Hong Kong e Shanghai, e da alcune vie di comunicazione nell’entroterra. Il resto del territorio è pressoché isolato per la quasi totale assenza di vie di comunicazione. È prevalentemente rurale, la popolazione vive in condizioni di estrema povertà ed è lontano dai riflettori della cronaca a causa delle politiche governative di severa censura delle informazioni.

La produzione è in crescita a ritmi molto sostenuti, ma con essa stanno crescendo anche le scorte di invenduto, che vengono accatastate sui piazzali delle fabbriche in attesa di essere smaltite. Si calcola che nel 2004 tali scorte fossero dell’ordine dell’1% del PIL, mentre nel primo semestre 2005 sono arrivate al 20%. Sono percentuali queste destinate ad essere riviste al rialzo, poiché è plausibile prevedere che i paesi destinatari delle produzioni low cost cinesi adotteranno in futuro misure protezionistiche anti-dumping, come ha gia fatto l’unione europea riguardo ai prodotti calzaturieri.

Il livello dei consumi interni è ancora molto basso (all’incirca il 40% del PIL, a fronte di un 70% circa statunitense). Il mercato interno non sta crescendo, le produzioni sono prevalentemente destinate all’export. Il rischio per la Cina è quello di legare lo sviluppo del Paese al solo vantaggio competitivo in termini di costi di produzione. È, pertanto, soggetta alla concorrenza degli altri paesi emergenti, come ad esempio l’India, che presentano le medesime caratteristiche della struttura dei costi tipiche di economie ancora in forte ritardo.

La crescita accelerata della Cina in funzione delle esportazioni rischia di provocare seri contraccolpi e di non consentire un auspicabile miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, la tutela dei lavoratori, un cambiamento delle condizioni igienico-sanitarie ancora molto precarie. Occorrono politiche di lungo periodo di carattere demografico, nonché previdenziale e sanitario. Appare inevitabile allargare il mercato interno e rinunciare a perseguire una specializzazione a vocazione mercantilistica, favorendo solo le produzioni destinate all’export e, quindi, soggette all’andamento ciclico dell’economia del resto del mondo.

Emanuela Melchiorre

Costo della mano d’opera in numeri indice

Giappone – 140,99
Usa – 134,72
Italia – 100
Cina – 10,98
India – 2,72

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: