La demagogia non va d’accordo con l’economia

La demagogia non va d’accordo con l’economia

di Emanuela Melchiorre – 8 aprile 2006

Le proposte della sinistra in materia di imposte, se rese operanti, provocherebbero un danno enorme all’economia italiana, che vedrebbe allontanarsi nel tempo l’auspicata ripresa economica tanto nel caso che i paesi dall’area dell’euro non sappiano trovare la forza di correggere le distorsioni provocate dai parametri di Maastricht quanto nel caso che l’Europa dovesse rimanere ai bassi livelli di crescita accertati da quando l’euro è entrato in circolazione. Si dimentica che l’Italia ha una pressione fiscale in linea con quella degli altri paesi dell’Unione monetaria, che a sua volta è più elevata di circa 9 punti rispetto a quello degli Stati Uniti. Nel contempo il reddito pro-capite dell’euro-zona è all’incirca il 70% di quello degli Usa. L’economia è dunque meno ricca di quella statunitense ed è penalizzata da una pressione fiscale molto più elevata. Per aumentare la sua ricchezza e la sua occupazione l’Europa dovrebbe ribassare la pressione fiscale come prima condizione per portare il suo sistema economico a godere delle molte sue potenzialità, che sono molto elevate.

Circa poi l’aumento delle imposte sui titoli del debito pubblico, la sinistra italiana appare ancora una volta incapace di liberarsi degli schemi delle economie totalitarie, che tutte hanno portato non solo alla perdita della libertà, ma anche alla distruzione dei ceti medi, all’impoverimento dei lavoratori e in definitiva di tutti i cittadini a esclusione della nomenclatura. È più che noto che un aumento della pressione fiscale sui titoli di stato si converte in una partita di giro, perché il risparmiatore non guarda al rendimento lordo ma a quello netto. Se questo diminuisce per effetto dell’aumento dell’imposta lo stato deve aumentare i rendimenti lordi, che al netto dell’imposta lasci immutato il rendimento netto. Da un lato, quindi, il settore pubblico percepisce maggiore gettito fiscale ma dall’altro lo deve restituire agli investitori. Ma questa partita di giro non è senza effetti deleteri sull’economia, perché l’aumento dei rendimenti lordi comporta un innalzamento della struttura dei tassi d’interesse, compresi quelli creditizi e quindi ancora quello dei mutui. Chi vorrà comprarsi un appartamento dovrà sobbarcarsi un maggiore carico di interessi e quindi un maggior costo del mutuo.

Ma occorre considerare altri effetti deleteri dell’eventuale aumento dell’imposta dei titoli pubblici, perché in tal caso si verificherebbe un aumento del debito pubblico. A mano a mano che i titoli vecchi giungono a scadenza e lo stato non può ritirarli perché privo di mezzi, questi titoli devono essere sostituiti con nuovi titoli con più alti rendimenti. Pertanto, il debito pubblico che la sinistra lasciò nel 2001 e pari in vecchie lire a 2.500.000.000.000.000.000.000 ossia 2.500 bilioni (il bilione è il milione elevato alla seconda potenza ossia l’unità seguita da 12 zeri) non potrà diminuire, ma sarà costretto, a parità di condizioni, ad aumentare, con tutte le conseguenze che deriverebbero anche a livello dell’unione monetaria europea. La somma degli effetti negativi sopra indicati, in via di prima approssimazione, si ripercuoterebbe in definitiva su di una minore capacità del paese di produrre maggiori flussi di reddito nazionale e, quindi, su una minore sua capacità di creare nuovi posti di lavoro.

Emanuela Melchiorre

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