Tutto il mondo corre, l’Europa dell’euro rincorre

Tutto il mondo corre, l’Europa dell’euro rincorre

di Emanuela Melchiorre – 7 aprile 2006

Negli ultimi anni l’Italia ha risentito negativamente della lentezza dell’economia dei Paesi dell’Unione monetaria europea, che è frenata dai ristretti limiti di manovra stabiliti con il Trattato di Maastricht. L’area dell’euro procede, infatti, a passo lento e costituisce un’area di bassa crescita circondata da Paesi e continenti che procedono a tassi ben più elevati. Gli Stati Uniti si posizionano ad un tasso di crescita reale annuo del Pil che, nella media degli ultimi anni, supera il 3,5%. L’Asia ha un tasso di oltre il 4,0% e il Giappone del 2%. Lo stesso Regno Unito, Paese europeo al di fuori dell’Unione monetaria, ha un tasso medio di circa 2,5%. Sono percentuali elevate rispetto a quella dell’area dell’euro, ridottasi nel 2005 all’1,2%. All’interno della stessa Unione Europea, i tre grandi paesi manifestano velocità modeste con tassi che sono meno della metà di quelli del resto del mondo. In particolare, la Germania non svolge più il suo tradizionale ruolo di traino dell’economia europea, accusa un’elevata disoccupazione (9,5%) e il suo sistema produttivo punta sempre più alla delocalizzazione della produzione verso i paesi dell’est europeo, trasferendo quindi quote di produzione e distruggendo posti di lavoro in patria.

La causa principale del rallentamento dell’economia dei Paesi dell’euro è da individuare nei parametri di Maastricht e nella politica monetaria, la cui moneta non fa lavorare, perché è fortemente sopravvalutata. L’euro è stato paragonato all’escudo portoghese del tempo di Salazar, moneta forte in economia povera. Non esistono motivi economici in base ai quali l’euro debba essere fortemente sopravvalutato, specie nei confronti del dollaro Usa. È il risultato di politiche monetarie restrittive della Banca Centrale Europea indipendente, che, dalla sua costituzione, ha perseguito, in base al suo statuto, il fine della sola stabilità monetaria, senza prestare attenzione alla congiuntura economica come, per contro, fa lo statuto della Riserva Federale degli Usa.

La sopravvalutazione penalizza fortemente le esportazioni europee verso il resto del mondo e, di conseguenza, il commercio interno dell’area monetaria. In particolare, le esportazioni italiane, che si dirigono per circa il 60% verso i Paesi comunitari, sono fortemente penalizzate. L’area dell’euro presenta, inoltre, una caduta degli investimenti ed elevati livelli di disoccupazione. Il tasso di crescita degli investimenti dell’area dell’euro, considerata nel suo complesso, negli ultimi due anni è stato di circa l’1,7%, tasso di gran lunga inferiore a quello degli Stati Uniti, che hanno incrementato i loro investimenti di oltre il 7%. Ne è derivata una caduta della produttività del lavoro, con conseguenze pesanti sulla competitività. Altra conseguenza è il mancato assorbimento della disoccupazione. La Francia ha il livello più alto, con il 9,8%, nel 2005, seguito dalla Germania con il 9,3%, come già detto, mentre l’Italia è riuscita ad abbassare il suo tasso e nell’anno in corso dovrebbe attestarsi sul 7%.

Purtroppo le previsioni per l’anno in corso, il 2006, non sono brillanti per l’area dell’euro in confronto con il resto del mondo. Il tasso reale del Pil si posizionerà a livelli modesti: circa la metà di quello degli Stati Uniti e poco meno della metà di quello asiatico. Conforta constatare che, riguardo agli investimenti, tali stime attribuiscano all’Italia un incremento maggiore rispetto agli altri due grandi partners dell’area dell’euro, con un consequenziale aumento sia della produttività che dei posti di lavoro. Si è innestato un circolo virtuoso tra aumento della produzione, riduzione dei carichi fiscali, aumento dei posti di lavoro, che non deve essere fermato, ma anzi spronato, contrariamente a quanto farà l’Ulivo se dovesse andare al governo e mettesse in pratica il suo programma elettorale.

L’Ulivo mira, nella sostanza, a penalizzare il ceto medio e gli stessi lavoratori, senza considerare gli effetti illusori di alcune soluzioni che propone, tipico quello della tassazione dei titoli di stato. In particolare, la scienza delle finanze dimostra che un aumento dell’imposizione sui rendimenti si converte in una partita di giro. A un aumento dell’imposizione deve fare riscontro un aumento dei rendimenti lordi, per indurre i risparmiatori a sottoscrivere, per cui da una parte il fisco incamera e dall’altra parte il bilancio pubblico deve restituire il mal tolto. Inoltre, l’aumento dell’imposizione fa innalzare tutta la struttura dei tassi di interesse compresi quelli sui mutui per la casa, con conseguente aumento più che proporzionale del costo dei piccoli appartamenti.

Emanuela Melchiorre

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