Con Prodi più imposte e meno Pil

Con Prodi più imposte e meno Pil

di Emanuela Melchiorre – 18 aprile 2006

Nell’area dell’euro è in atto una ripresa economica, sia pur limitata nello spazio, alla Germania e all’Italia, e, nell’entità, ad appena l’1,6% in quest’anno. Si tratta di una ripresa per ora timida e soggetta alla stretta sorveglianza della Banca Centrale europea, che non fa mistero di aumentare il tasso dello sconto, perché teme un’impennata inflazionistica. In tal caso si corre il pericolo che la ripresa non sia assecondata o che possa manifestarsi in misura più contenuta di quella ipotizzata anche dal Fondo Monetario Internazionale. C’è, inoltre, l’incognita della Francia, che già al quarto mese dell’anno si trova in una situazione più critica, specie per l’occupazione, di quella di un anno fa. In ogni caso la ripresa non sarà travolgente, perché, come si suol dire tra gli esperti, i giochi sono stati fatti, nel senso che durante il corso del 2005 si sarebbe dovuto assistere a una ripresa spettacolare degli investimenti, come ad esempio è accaduto e accade negli Stati Uniti, in Inghilterra e in altri Paesi fuori dell’area dall’euro.

Per quanto concerne l’Italia c’è il pericolo che la ripresa economica, indotta dal programma di centrodestra e segnalata per i primi mesi di quest’anno dall’aumento tanto dell’indice della produzione industriale quanto dell’esportazioni, sia stroncata dagli avvenimenti conseguenti al risultato delle elezioni. Ammesso e non concesso che la sinistra abbia vinto, appare evidente che il governo Prodi non sembra adatto a dare respiro all’economia e al Paese nel suo complesso. All’interno della cosiddetta «Unione» esistono componenti che non possono andare assolutamente d’accordo quando sarà necessario passare dalle parole ai fatti, inoltre i programmi dello stesso Prodi sembrano pensati apposta per penalizzare l’economia e gli stessi lavoratori, anziché favorirli. Se Prodi dovesse mettere in atto le linee indicate, ad esempio, da Rifondazione Comunista, dai Comunisti Italiani, dai Verdi l’economia ne soffrirebbe, perché alla già elevata pressione fiscale, che il governo Berlusconi è riuscito ad abbassare rispetto al livello degli altri Paesi dell’euro, si aggiungerebbe il peso di nuove imposte che i cittadini dovrebbero pagare e che in linea generale andrebbero a colpire i risparmi, che sono la fonte degli investimenti. Allora, il Pil nazionale non potrebbe aumentare, ma dovrebbe regredire con danno dell’occupazione complicando pure la risoluzione di molti problemi come ad esempio l’enorme debito pubblico. Inoltre, i nodi delle pensioni e dell’ammodernamento dei servizi pubblici non possono essere sciolti senza l’aumento del reddito nazionale.

Ma il problema più grave è quello dell’occupazione. Come è noto, se il Pil non aumenta di circa il 3-3,5% l’anno e per diversi anni, la piena occupazione non può essere raggiunta e, quando si dice piena occupazione, si intende, in primo luogo, il livello di disoccupazione frizionale del sistema, quella intorno al 3% circa delle forze di lavoro e, in secondo luogo, la possibilità per i lavoratori e specie per i giovani di trovare un posto confacente alle proprie inclinazioni naturali, perché in tal caso, oltre alla soddisfazione personale, si consegue, tra l’altro, l’optimum dal punto di vista sociale. A causa della congiuntura dei Paesi dell’Unione monetaria, in netta controtendenza con il resto del mondo che avanza, il Pil italiano non è potuto crescere come era necessario. Occorre anche osservare che nonostante i grandi sforzi degli ultimi cinque anni del governo Berlusconi, intralci burocratici hanno impedito che i nuovi investimenti, specie quelli nei lavori pubblici, potessero mettersi subito in movimento e quindi esplicare i loro effetti positivi. Non si dimentichi che il moltiplicatore del reddito è massimo quando si tratta di lavori pubblici. Ma a questo proposito occorre ricordare la mole dei veti che sono stati posti dagli enti locali e quanti verranno ancora posti, come è facile immaginare, dai Verdi.

L’Italia corre il pericolo, anzi è di fronte al rischio di vedere interrompere il cammino della ripresa e con un governo Prodi è da dare per certo un processo involutivo, essendo incompatibili i programmi comunisti con l’avanzamento dell’economia e con la prosperità del Paese. Sottostante il programma dei comunisti c’è quell’ideologia che vuole distribuire la ricchezza prima d’averla prodotta, con le ben note conseguenze della distruzione dei ceti produttivi ivi compresi i lavoratori, anch’essi penalizzati – come risulta essere accaduto in tutti i Paesi nei quali il comunismo ha imperato e in quelli, come Cuba e Cina, dove impera tuttora. Anche se, a proposito della Cina, occorre dire che la sua attuale crescita economica è dovuta non alle aperture liberiste, ma alla delocalizzazione delle industrie dei Paesi ricchi, ossia alle multinazionali europee e soprattutto statunitensi, come dimostra la destinazione dell’avanzo del commercio estero che, invece, di essere distribuito all’interno del Paese, va a investirsi in titoli del debito americano.

Emanuela Melchiorre

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