Est asiatico e benessere

Est asiatico e benessere

di Emanuela Melchiorre – 11 maggio 2006

Un argomento ormai di moda tra i quotidiani e le riviste specializzate è la quantificazione degli anni necessari affinché la Cina raggiunga gli Stati Uniti per influenza economica o divenga la prima potenza mondiale. Anche questo articolo non si sottrae al fascino di tali simulazioni, ma vuole considerare un indicatore economico che spesso viene trascurato e che, al contrario, gioca un ruolo preponderante per quantificare il livello di sviluppo di un paese: il reddito pro-capite. Misurare tale indice significa attribuire maggiore importanza non tanto al livello di produzione dell’intero paese, quanto alla capacità dello stesso di assicurare un livello di benessere alle persone che lo popolano. Significa spostare il baricentro della conversazione da un punto di vista meramente quantitativo, tipico di misurazioni del prodotto interno lordo, a quello più socialmente interessante dei singoli individui che compongono la collettività.

La Cina e l’India sono paesi che ben rappresentano la regione asiatica per grandezza e importanza economica e politica. Sono circondati da regioni vaste e notevolmente sviluppate, quali l’Europa ad Ovest, la Russia a Nord, il Giappone ad Est, l’Oceania a Sud e al di là del Pacifico, gli Stati Uniti. L’Asia è una regione densamente popolata con sacche di sottosviluppo molto vaste, dove la produzione industriale si concentra solamente lungo le aree costiere. Grazie ad una semplice formula matematica di capitalizzazione del reddito si può calcolare, sulla base di un tasso di crescita reale del 9% per la Cina e per l’India, anche se poco plausibile nel lungo periodo, che ciascuno di questi paesi potrà raggiungere il livello del Pil pro-capite statunitense nell’arco di un considerevole numero di anni. In particolare, la Cina potrà vantare un Pil pro-capite pari a quello statunitense non prima di circa 65 anni, mentre l’India dovrà attendere almeno 80 anni. Tutto ciò, a condizione che il divario tra i tassi di crescita tra Usa e ciascuno dei paesi asiatici considerati rimanga costante. Se invece si ipotizza un tasso di crescita sempre di lungo periodo del 4,5% l’anno, più plausibile anche se elevato, i tempi si allungano notevolmente risultando infatti di 245 anni per la Cina e di circa tre secoli perl’India.

Non si può ipotecare il futuro con tempi così lunghi anche perché elevare i redditi pro-capite anche di pochi dollari l’anno per circa un miliardo e trecento milioni di cinesi appare un’impresa titanica. Posto in questi termini, il confronto fra le aree sviluppate e la regione emergente asiatica è sconfortante. A dispetto di previsioni sponsorizzate anche da istituti di ricerca e osservatori internazionali di fama indiscussa, non sembra plausibile considerare l’area asiatica come un colosso che raggiungerà entro breve termine i livelli di sviluppo occidentali. Al contrario sembra plausibile che la crescita economica limitata ad alcune regioni più favorite, se non andrà di pari passo con la redistribuzione del reddito fra la popolazione, darà luogo a reazioni sempre più forti e al limite anche violente da parte di chi viene sistematicamente escluso dalle tavole imbandite della nomenclatura.

Emanuela Melchiorre

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