Il dumping sociale: effetti perversi della globalizzazione

Il dumping sociale: effetti perversi della globalizzazione

di Emanuela Melchiorre – 5 maggio 2006

Il 20 aprile scorso George W. Bush ha chiesto il rispetto dei diritti civili al premier cinese Hu Jintao durante la sua visita negli Stati Uniti. Gli Usa, alla fine di marzo, hanno inoltre adottato misure antidumping contro vari prodotti cinesi, denunciando l’abuso di manodopera infantile di Pechino. L’Unione europea, dal canto suo, ha tentato più volte di inserire negli accordi del WTO (Organizzazione mondiale del commercio) le disposizioni a difesa dei «diritti fondamentali del lavoro», primo fra tutti la lotta allo sfruttamento del lavoro minorile. Il primo tentativo fu fatto in occasione della conferenza ministeriale dell’organizzazione, a Singapore nel dicembre 1996, rinnovato in seguito a Seattle nel 1999. Tali proposte incontrarono una forte resistenza da parte dei PVS (paesi in via di sviluppo), che accusarono i Paesi industrializzati di strumentalizzare tali proposte al fine di creare nuove forme di protezionismo nei confronti delle loro esportazioni.

Lo sfruttamento del lavoro minorile, la retribuzione della manodopera con stipendi che sono al di sotto della soglia di povertà, l’assenza d’igiene e di sicurezza negli ambienti di lavoro, l’allungamento smisurato dell’orario di lavoro, sono tutte forme di sfruttamento che rientrano nella definizione di «dumping sociale». Non tutti i paesi sono disposti a pubblicare i dati relativi a tale fenomeno. In primis la Cina che, dal 2000, considera le informazioni relative allo sfruttamento minorile un «segreto di stato» e prevede, per la violazione di tale segreto, l’arresto immediato. Si stima che la quota di minorenni, che sono costretti a lavorare in Cina, siano intorno al 12% della sua popolazione infantile (tra i cinque e i quattordici anni). Secondo il ministero delle attività produttive, l’Africa è il continente che sfrutta nella percentuale maggiore i propri figli, soprattutto nell’area centro-occidentale.

Il dumping sociale non è solamente una pratica contro la dignità e i diritti fondamentali del lavoro e quindi dell’uomo. Esso comporta anche un duplice danno economico: sulla popolazione locale che vede retribuito male il proprio lavoro e sulla intera collettività mondiale a causa di tale pratica di concorrenza sleale. Inoltre, se il danno economico arrecato dal dumping ambientale, ossia il danno alla natura, secondo l’Accordo sulle sovvenzioni del WTO, può essere compensato da aiuti diretti di stato dei paesi virtuosi, altrettanto non accade per il dumping sociale. È infatti ancora contrario alle norme del commercio multilaterale introdurre sistemi di compensazione o di risarcimento di tipo diretto alle imprese che sono svantaggiate da una tale forma di concorrenza sleale.

Per contro, l’Unione europea ha adottato nel 2005, grazie anche al forte interessamento dell’Italia, un regolamento con cui viene applicato uno schema di preferenze tariffarie generalizzate con agevolazioni daziarie nei confronti dei paesi in via di sviluppo che dimostrano di rispettare la convenzione sul lavoro minorile, contenuta nella Convenzione dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro). In tal modo, pur rispettando il divieto dell’Organizzazione mondiale del commercio di compensare direttamente gli svantaggi del dumping sociale, si persegue comunque una pratica di commercio etico.

Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, un ulteriore strumento contro la lotta al dumping sociale è rappresentato dall’etichettatura «made in Italy». Tale labeling – che è oggi obbligatorio per iniziativa comunitaria e in seguito a ben due anni di richieste da parte dell’Italia – non è solamente un indice di qualità, ma anche di garanzia del fatto che il prodotto è stato realizzato, per la parte sostanziale della filiera produttiva, rispettando le regole che tutelano l’ambiente e i diritti fondamentali del lavoro.

Emanuela Melchiorre

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