La «Putinomics» in cinque mosse

La «Putinomics» in cinque mosse per vendere energia e materie prime

di Emanuela Melchiorre – 23 maggio 2006

Le fonti energetiche, insieme alle materie prime (metalli nobili, diamanti, uranio, ferro, rame ecc.), sono la carta più importante che Putin sta giocando per risanare l’economia della Russia, per consolidare nuovamente la sua influenza sui paesi dell’ex Unione Sovietica e per garantirsi l’ingresso nella Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio). Il greggio, ma ancor più il gas, sono le risorse energetiche su cui Putin fa perno. Egli garantisce che le sue riserve di gas saranno quintuplicate nel giro di 20 anni, che aumenterà la sua disponibilità di greggio e che consoliderà e ammodernerà le infrastrutture di estrazione e di distribuzione delle risorse energetiche. Ma per fare tutto ciò, Mosca ha bisogno di investimenti e di capitali esteri acquisiti mediante il commercio di quote di produzione e di accordi bilaterali con tutti i paesi più grandi, compresa la Cina.

La sua politica di risanamento dell’ economia russa parte, quindi, dal commercio di materie prime, ma anche da accordi presi con i governi delle economie avanzate, stando ben attento a ripartire i rischi tra la Russia e i paesi consumatori, investendo nell’ammodernamento e nella realizzazione di nuovi impianti con capitali stranieri in quote di partecipazione inferiori al 50 per cento, garantendosi, in questo modo, la conservazione del controllo delle fonti energetiche e la diversificazione dei mercati di sbocco.

Putin ha sottoscritto un accordo, infatti, con la Cina, che prevede una fornitura di 80 miliardi di metri cubi di gas l’anno, pari all’intero fabbisogno annuo italiano, e un raddoppio degli scambi commerciali entro il 2010. I due paesi pianificano inoltre un gasdotto, l’ «Altaj», che verrà realizzato presumibilmente entro il 2011-2012, mediante la creazione di una Joint Venture sino-russa, e un oleodotto che collegheranno entrambi la Siberia alla Cina.

Il Presidente russo ha avuto poi colloqui con Angela Merkel e ha permesso l’accordo tra le società tedesche (E.On e Basf) e la russa Gazprom, che prevede la realizzazione di un gasdotto, il NEGP (North European Gas Pipeline), che partendo dalla Siberia occidentale raggiungerà la Germania attraverso il Mar Baltico. Tale accordo permetterà alla Germania di disporre del gas russo, conservando la sua posizione di maggior cliente che oggi acquista circa il 18,7% delle esportazioni di gas russo.

La Russia può contare su quello che è definito il «tesoro del Caspio». In questa regione Mosca esercita il controllo dei prezzi del gas naturale. Se fino ad ora i prezzi del gas destinato ai paesi limitrofi sono stati praticati a livelli politici, in nome della «fratellanza sovietica», la Russia persegue oggi la politica di riportare il livello dei prezzi a quello di mercato, provocando in tal modo un raddoppio del prezzo che tali paesi sono costretti a pagare per le loro forniture di gas. Un tale aumento ha già originato la crisi di gennaio tra Russia e Ucraina.

Mosca controlla tutte le infrastrutture della regione delle ex repubbliche sovietiche poiché il sistema di idrocarburi della vecchia Unione Sovietica era stato costruito per essere gestito dal centro – cioè da Mosca – ed oggi è appannaggio di due società russe sotto il controllo governativo: Transneft per il petrolio e la Gazprom per il gas. Grazie a tale sistema di gasdotti e oleodotti, Mosca può condizionare i flussi di energia a tutta la Cis (Comunità di Stati Indipendenti).Infine, per lo sfruttamento del giacimento di Shtokman, nel Mare di Barents, nell’Artico russo, la scelta russa dei partners commerciali è ancora in discussione ed è stata rinviata a dopo l’estate. Accanto alle americane Chevron e ConocoPhilips sono in corsa per finanziare lo sfruttamento di tale nuovo giacimento anche le norvegesi Statoil e Norsk Hydro, e la francese Total. La Russia garantisce che le scelte saranno fatte sulla base di opportunità economiche e non politiche, ma lascia comunque riflettere il fatto che la decisione sia stata rimandata a dopo il G8 e che quello americano è l’ultimo «si» che manca a Mosca per poter entrare nella Wto.

Secondo i piani della «Putinomics» l’economia delle fonti energetiche, inquadrata in un più ampio contesto delle esportazioni di tutte le materie prime, dovrebbe portare al raddoppio, entro il 2011, del Pil della Russia, con un incremento medio annuo del 10% circa, un dato questo che sembra troppo elevato per essere conseguito nel medio periodo. Un certo aiuto dal punto di vista finanziario potrebbe derivare dagli sviluppi della borsa valori, che il Presidente Putin intende valorizzare, rendendo il rublo una moneta pienamente convertibile.

Emanuela Melchiorre

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