Una politica per la crescita: meno imposte, meno sprechi e più produttività

Una politica per la crescita: meno imposte, meno sprechi e più produttività

di Emanuela Melchiorre – 31 maggio 2006

Il Bollettino economico della Banca d’Italia, pubblicato poco prima delle elezioni politiche, sosteneva in modo inquietante che la situazione dell’economia italiana fosse di basso profilo e lasciava sottintendere che la causa fosse da imputare sostanzialmente al governo Berlusconi. Tale pubblicazione ha però omesso di dire che la crescita molto bassa, appena un terzo di quella degli Stati Uniti, è un fenomeno generalizzato nell’area dell’euro e che le cause vanno ricercante molto più in là nel tempo. Risalgono, infatti, alla firma del Trattato di Maastricht, quando i paesi dell’euro-zona hanno trasferito la politica monetaria alla Banca centrale europea per perseguire il solo fine della difesa del potere d’acquisto dell’euro, contrariamente al compito della Riserva Federale degli Stati Uniti (FED), nel cui statuto è precisato che la difesa dell’occupazione è posta sullo stesso piano della stabilità della moneta.

L’andamento dell’economia dell’euro-zona è in stridente contrasto con la crescita dei paesi emergenti sia nell’America Latina, sia in Asia e nella Russia, e soprattutto con la continuazione della crescita dell’economia statunitense, che sviluppa tassi di aumento del Pil di oltre il 4% l’anno, insieme con un aumento poderoso della produttività del lavoro. I dati del primo trimestre di quest’anno (aumento del Pil 0,6 %, che su base annua è dell’1,5%) pubblicati dall’Istat, immediatamente dopo le elezioni politiche, danno, invece, ragione al governo di centrodestra, che affermava che la ripresa economica italiana era in atto. Altrettanto si può dire per gli altri grandi paesi dell’aera dell’euro: la Germania e la Francia cresceranno quest’anno dell’1,4 % su base annua, e per l’anno prossimo si prevede un rallentamento.

Per non stroncare sul nascere questa timida ripresa è opinione diffusa, negli ambienti internazionali, (Ocse e Fmi) che la Banca Centrale Europea debba evitare l’errore di aumentare ulteriormente il tasso di interesse come, invece, più volte ha fatto in passato, guardando solo ad apprezzare l’euro sul dollaro, con la conseguenza di penalizzare la ripresa e di disincentivare le esportazioni. Non si dimentichi che oggi l’euro è arrivato a valere 1,275 dollari Usa. Ulteriori apprezzamenti, oltre a rallentare l’economia, penalizzerebbero anche il commercio intracomunitario ed extracomunitario. Nell’insieme ne soffrirebbero l’aumento degli investimenti, quello della produzione e dell’occupazione.

Per tornare entro i confini nazionali, si può osservare che per sostenere la timida ripresa occorre una riduzione della pressione fiscale. La soglia da considerare come livello obiettivo dovrebbe essere quella degli Stati Uniti (del 25% medio per tutta la Federazione). Considerando però che la nostra produzione di reddito è inferiore in termini assoluti e in termini di crescita percentuali a quella statunitense, la pressione fiscale dovrebbe essere proporzionalmente inferiore a quella americana e, quindi, posizionarsi ad un livello inferiore al 25%. Una economia complessivamente robusta è, infatti, in grado di sostenere un onere più pesante di una economia debole. Considerando che l’attuale imposizione fiscale italiana si aggira intorno al 42%, la soglia del 25% è sicuramente un obbiettivo molto ambizioso e non raggiungibile nel medio periodo. Una diminuzione dell’imposizione fiscale ridurrebbe in un primo tempo le entrate fiscali. Per evitare che il deficit raggiunga livelli eccessivi occorre compensare il minor gettito con un taglio della spesa pubblica nella sola componente delle spese correnti (riduzione del numero dei parlamentari, dei costosi consulenti, del numero dei ministeri, delle auto blu, ecc.) ed aumentare allo stesso tempo le spese in conto capitale e quindi gli investimenti pubblici.

Le minori tasse e l’aumento degli investimenti sarebbero di forte incentivo in questo momento, e permetterebbero l’ingresso dell’economia nazionale nel circolo virtuoso di maggiore investimenti, maggior produzione, maggior occupazione. La riduzione della pressione fiscale, infatti, fa aumentare i redditi e quindi il consumo e l’occupazione, le spese in conto capitale fanno aumentare la produttività del lavoro e il Pil annuo. Di conseguenza il getto delle imposte aumenta nuovamente in termini assoluti senza imporre una pressione fiscale eccessiva sui redditi.

Tra le proposte dell’attuale Governo troviamo, nel capitolo imposte, la sola intenzione di ridurre il cuneo fiscale (che non incide sulla produttività), mentre nelle dichiarazioni degli esponenti della sinistra emergono intenzioni di aumentare l’Iva e le imposte sulle rendite, di reintrodurre le imposte sulle successioni e di rivalutare le rendite catastali. Questi eventuali provvedimenti aggraverebbero la situazione, penalizzando sia l’offerta che la domanda. Inoltre, non potrebbero risolvere il problema dell’aumento della produttività del lavoro e del conseguente aumento del Pil. Occorre invece continuare sulla linea intrapresa dal precedente governo Berlusconi, aumentando la spesa pubblica in conto capitale, non interrompere le grandi opere, aumentare la voce investimenti che ha come fine l’aumento della produttività del lavoro. Perseguire, quindi, quella che prende anche il nome di «politica dell’offerta».

Emanuela Melchiorre

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