L’Istat boccia il cuneo fiscale

L’Istat boccia il cuneo fiscale

di Emanuela Melchiorre – 2 giugno 2006

Il rapporto Istat presentato alla Camera a fine maggio boccia la proposta dell’attuale Governo della riduzione del cuneo fiscale, poiché si risolverà in un incentivo una tantum all’economia e non avrà carattere strutturale. Il presidente dell’istituto, Luigi Biggeri, sostiene che le misure in discussione daranno indicazioni solo apparenti alle esigenze di trasformazione del sistema Italia, che, al contrario, ha bisogno di misure di più ampio respiro per non perdere il fragile segnale di ripresa mostrato nel primo trimestre del 2006 e per essere competitivo in Europa e nel mondo.

Un simile intervento, inoltre, potrebbe rivelarsi, sempre secondo l’Istat – ma la sua opinione è condivisa da molti – un «disincentivo all’innovazione e al passaggio a tecnologie più capital intensive», che non permetterebbe una selezione virtuosa delle imprese più produttive. Infatti, il sistema Italia è caratterizzato da una parcellizzazione delle imprese, poco capitalizzate e quindi sprovviste dei mezzi finanziari necessari per investimenti in tecnologia. Esistono poi 12 mila imprese controllate da gruppi stranieri che, secondo l’Istat, presentano buoni standard organizzativi e manageriali ed hanno un ruolo importante nella diffusione di nuove conoscenze e competenze nonché nello stimolo ad una maggiore concorrenzialità. Infine, circa 2.600 imprese sono sotto il controllo pubblico ed hanno una adeguata dimensione, garantiscono redditività e retribuzioni al di sopra della media, producendo il 20 per cento del totale valore aggiunto nazionale. L’insieme di piccole aziende, spesso a conduzione familiare e che caratterizzano l’intero sistema, non si avvantaggeranno di una riduzione nel costo del lavoro in seguito alla riduzione di 5 punti percentuali del cuneo fiscale, poiché la ripartizione sarebbe insufficiente a garantire una disponibilità di capitali per ciascuna azienda sufficiente per una adeguata innovazione.

L’Istat stima che il taglio di 5 punti del solo costo del lavoro, da non confondere con l’ammontare del gettito fiscale, comporterà un costo di 10 miliardi di euro, equivalenti a circa 19 mila miliardi di vecchie lire. Tale riduzione potrà essere o interamente a favore delle aziende o a vantaggio anche dei lavoratori. Se tale riduzione sarà tutta a favore delle aziende queste beneficeranno di un aumento della redditività pari a 2-3 punti percentuali. Non è garantito però che tale vantaggio possa tradursi in un incentivo per gli imprenditori a reinvestire nelle proprie aziende, ad aumentare la quota di capitale di rischio destinata all’innovazione tecnologica e all’aumento della produttività del lavoro. Se invece il taglio fosse rivolto anche ai lavoratori si avrebbe una aumento generalizzato e modesto dei redditi disponibili senza però selezionare il livello di remunerazione, ovvero senza considerare un impatto maggiore per le famiglie con redditi più bassi.

È opinione di Luigi Biggeri che per agganciare la ripresa economica mondiale all’Italia non servano misure spot, ma misure di carattere strutturale come investimenti in alto contenuto tecnologico che permettano di aumentare la produttività del lavoro. Ma questo aumento è collegato alla diminuzione della pressione fiscale, che a sua volta incentiva anche l’incremento della domanda. Di conseguenza le imprese sono incentivate a investire e ad aumentare la produzione e l’occupazione. La chiave di volta è però l’aumento della produttività del lavoro.

Emanuela Melchiorre

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