Il governo addossa ai cittadini il disavanzo delle spese sanitarie regionali

Il governo addossa ai cittadini il disavanzo delle spese sanitarie regionali

di Emanuela Melchiorre – 5 giugno 2006

Come era da prevedersi il nuovo governo aumenterà la pressione fiscale, che già è alta e penalizza produttori e consumatori. Come prima mossa si apprende che i cittadini delle regioni che hanno un eccesso di spesa sanitaria saranno chiamati a inasprimenti fiscali con l’aumento dell’addizionale regionale dell’Irpef che dovrebbe passare dall’attuale 0,90% del reddito imponibile all’1,4% e le imprese dovranno sopportare un aumento dell’Irap. Sarà concessa alle amministrazioni regionali in rosso una moratoria per un mese per rimettersi in regola, cosa che sembra una pia illusione, tenuto conto dei tempi lunghi delle amministrazioni locali. Le regioni con deficit sanitari nel 2005 sono il Lazio con 1,8 miliardi di euro, la Campania (1,13 Mld), la Sicilia (0,62 Mld), la Liguria (0,25 Mld), l’Abruzzo (0,19 Mld), il Molise (0,08 Mld). Si tratta di regioni che, salvo la Sicilia, sono amministrate dal centro-sinistra. Il problema, però, non è tanto il rientro da un singolo disavanzo, quanto la diminuzione dell’incidenza della spesa locale sul totale delle spese della pubblica amministrazione.

Secondo i dati della Banca d’Italia, anche nel 2005 la spesa consolidata degli enti locali è risultata pari al 15,4 % del Pil, contro il 17,3% della spesa degli enti previdenziali, il 16,4% dell’amministrazione centrale al netto dei trasferimenti e il 48,5% sempre sul Pil per tutto il complesso dell’apparato pubblico dedotte le duplicazioni. Si tratta comunque di un dato provvisorio perché, giova ripetere, la contabilità degli enti locali lascia a desiderare per tempestività.

Una riduzione significativa della spesa degli enti locali potrebbe derivare con la diminuzione del loro numero. Nell’era della globalizzazione sembrano troppe 20 regioni, oltre 100 province e oltre 8000 comuni. Si tratta quindi di una pletora di consigli regionali, provinciali e comunali dalla cui riduzione la spesa pubblica potrebbe trovare sollievo. La riduzione del numero degli enti locali non significherebbe diminuzione dell’autonomia locale ma anzi un suo rafforzamento attraverso adeguate rappresentanze. Lo snellimento della burocrazia è un’altra via da seguire, del resto imposta dalla rivoluzione informatica.

Quando si dovevano istituire le regioni era prevista l’abolizione delle province, il cui numero, invece, è cresciuto nel tempo. È aumentato anche il numero dei comuni suddividendo il territorio provinciale in entità amministrative di piccole dimensioni, che però hanno tutti gli organi caratteristici dei comuni, come il consiglio comunale, il segretario comunale, ecc. e sovente assumono iniziative incompatibili con le loro dimensioni.

La riduzione del numero degli enti locali, regioni comprese, comporterebbe notevoli risparmi nell’ambito della pubblica amministrazione e, di conseguenza, il sistema economico sarebbe gravato da una minore pressione fiscale.

Emanuela Melchiorre

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