Il banchiere centrale europeo soffoca la ripresa economica

Il banchiere centrale europeo soffoca la ripresa economica

di Emanuela Melchiorre – 9 giugno 2006

Puntuale e anche implacabile come sempre, la Banca centrale europea ha alzato il tasso di riferimento del costo del denaro dal 2,5 al 2,75 per cento con un aumento di 0,25 punti. Lo scorso 2 marzo il tasso era il 2 per cento. Questa ultima misura avrà conseguenze sulla ripresa economica in atto, non dandole slancio, ma anzi tarpandola. L’Euro si rafforzerà e renderà più care le esportazioni dei paesi dell’Euro-zona, Italia compresa, con ripercussioni negative non soltanto sul commercio extracomunitario, ma anche in quello intracomunitario. Questa componente riguarda in modo particolare l’Italia, che vende presso gli altri paesi europei circa il 60 per cento delle sue esportazioni totali. Se rallentano, ad esempio, le esportazioni tedesche verso il resto del mondo, di riflesso la Germania importa di meno dagli altri paesi europei, in particolare dall’Italia, che a sua volta esporta più beni di consumo che beni di investimento, e soprattutto beni ad alta tecnologia.

Nella riunione del consiglio della Banca centrale europea è stato proposto un aumento doppio di quello approvato. Sono prevalsi in un certo qual modo criteri meno allarmistici circa l’aumento del tasso di inflazione, soprattutto quello importato a causa degli aumenti del prezzo del petrolio. Il presidente Trichet è stato però chiaro, perché nel ribadire l’autonomia della Bce, ha detto che «saranno garantiti ulteriori rialzi dei tassi se continuerà la ripresa». Ma la ripresa europea in corso non è certo travolgente, è una ripresa piccola e fragile.

Occorre dire che era possibile attendere qualche tempo prima di ritoccare al rialzo il costo dell’Euro. Però il banchiere centrale europeo ha il timore dell’inflazione, ereditato dalla Banca centrale tedesca, la quale a sua volta l’aveva ereditato dalla Repubblica di Weimar alla metà degli anni Venti. D’altra parte, giova ricordare, che la Banca centrale europea ha per obbligo di statuto la difesa del potere d’acquisto dell’euro indipendentemente dalla congiuntura. Per contro, la Riserva Federale degli Stati Uniti difende il potere d’acquisto del dollaro ponendolo sullo stesso piano della difesa dell’occupazione e della formazione del reddito nazionale. Questa profonda differenza fa sì che l’economia degli Stati Uniti cresca al ritmo di oltre il 4,5 per cento l’anno mentre l’Euro-zona cresce appena di un terzo di quella degli USA.

L’aumento del costo del denaro viene ad aggravare quello della competitività dei paesi dell’Euro-zona, specie per quanto concerne gli investimenti e la dotazione di infrastrutture. Il parametro di Maastricht dell’equilibrio del bilancio pubblico, anziché quello della bilancia dei pagamenti, impedisce la manovra degli investimenti pubblici in quanto penalizza la formazione del reddito nazionale e l’aumento dell’occupazione. Ma la Bce e gli altri organi dell’Unione europea continuano a ignorare la politica dell’offerta, e quindi a trascurare le forze e gli strumenti che possono aumentare il PIL, l’occupazione e il reddito pro-capite, senza per questo innescare l’inflazione.

Emanuela Melchiorre

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