Diffusi timori per la crescita economica

Diffusi timori per la crescita economica

di Emanuela Melchiorre – 19 giugno 2006

Come era da attendersi, gli aumenti dei costi dell’energia hanno iniziato ad avere ripercussioni negative sul sistema dei prezzi, ovunque in aumento con sviluppi indesiderati, tali comunque da indurre le banche centrali ad aumentare ulteriormente il costo del denaro. Lo ha già fatto la Banca Centrale europea all’inizio della seconda decade di giugno e, stando alle prime indiscrezioni, lo farà anche la Riserva Federale degli Stati Uniti entro la fine del mese corrente per frenare l’accelerazione dei prezzi. Ne seguirà un effetto deprimente sulla crescita economica, come sempre avviene, con ripercussioni a catena, quando la politica monetaria rende più caro il denaro, proprio al fine di raffreddare i prezzi.

I rincari già praticati del costo del denaro dalla Riserva Federale Usa hanno iniziato a raffreddare la crescita e, d’altra parte, è proprio quello che la Fed vuole, timorosa dell’andamento dei prezzi dovuto non soltanto al settore immobiliare, ma anche e soprattutto agli aumenti del prezzo dell’energia. Questi aumenti non possono non scaricarsi sul commercio all’ingrosso e, poi, su quello al minuto, inducendo i consumatori a fare economia. Minori acquisti significano minore produzione e, quindi, minore formazione del reddito nazionale, con ripercussioni sull’occupazione. Un rallentamento accentuato dell’economia degli Usa avrebbe ripercussioni non soltanto sulla timida ripresa dei paesi dell’euro-zona già colpiti con l’aumento del costo del denaro deciso dalla Bce, ma anche sul resto del mondo fino in Asia e in particolare in Cina e in India. Le ripercussioni su questi due paesi potrebbero essere notevoli, iniziando dalle esportazioni, per poi scaricarsi sulla formazione del reddito nazionale.

Il momento è particolarmente delicato, perché potrebbero ripetersi le vicende della crisi petrolifera del 1973-79, con inflazione a due cifre anche negli Stati Uniti, dove l’aumento dei prezzi superò il 10% l’anno. In Italia l’inflazione viaggiò con tassi che sfiorarono il 26% e tutto il mondo conobbe la recessione e, poi, la cosiddetta stagnazione con inflazione, nota agli addetti ai lavori come «stagflazione». Per riprendersi occorse attendere la politica economica del Presidente Reagan, che abbatté il prezzo del petrolio facendolo scendere dai 40 dollari al barile a 15 dollari circa. Crollò anche la speculazione sull’oro e l’inflazione fu domata. Ebbe inizio una fase di crescita fino al crollo del Sistema monetario europeo (Sme) nel 1992. In quei giorni la lira dovette svalutare.

Oggi la speculazione finanziaria appare più preoccupante perché è più agguerrita, più potente per capitali in cerca di guadagni speculativi e anche più rapida nei suoi interventi, giacché si serve dei più moderni canali telematici. La speculazione ha investito non soltanto il settore energetico, ma anche quello delle abitazioni, mentre l’oro è ritornato ad essere un bene rifugio. Non è un caso che in tutto il mondo, forse esclusi i Paesi più poveri, il prezzo delle abitazioni sia quasi raddoppiato in poco tempo. Per contro, il bagaglio di strumenti per combattere la speculazione non si è arricchito fino al punto da impedire la formazione delle bolle speculative, che poi immancabilmente scoppiano distruggendo il risparmio che avrebbe dovuto trasformarsi in investimenti economici e sociali.

Emanuela Melchiorre

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