Negoziati internazionali WTO e regionalismo asiatico

 

di Emanuela Melchiorre – 26 giugno 2006

L’ottavo negoziato commerciale multilaterale, il Doha Round, che si propone l’ulteriore liberalizzazione dei beni e servizi a livello mondiale nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) è ormai nella sua fase finale. Il Doha Round, che prende il nome dalla capitale del Qatar, dove si riunirono nel 2001 ben 149 Stati, è l’ultimo di una lunga serie di negoziati in seno al WTO.

Il Doha round è però fermo su tre dossier legati tra loro: la riduzione significativa delle barriere tariffarie che proteggono il mercato interno europeo; la riduzione dei sussidi governativi all’agricoltura negli Usa; e infine la riduzione delle barriere tariffarie all’importazione dei prodotti non agricoli da parte dei tre principali paesi emergenti Cina, India e Brasile. L’intento di liberalizzare gli scambi nasce in contrapposizione al protezionismo economico e politico degli anni Trenta. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale fu creato il sistema basato sulla «clausola della nazione più favorita» un meccanismo che si proponeva di estendere ai paesi terzi i vantaggi commerciali che due o più stati avevano negoziato tra loro. Tale principio favorisce la creazione di benefici per i paesi scambisti. Il sistema multilaterale ha però consentito eccezioni «eccellenti», come la creazione degli accordi preferenziali regionali quali la Comunità economica europea e successivamente nel 1992-94 il Nafta (North American Free Trade Agreement), l’accordo commerciale tra gli Stati Uniti, il Canada e il Messico.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la corsa agli accordi preferenziali regionali e soprattutto bilaterali sta modificando gli equilibri originari del sistema mondiale commerciale. La questione che si pone riguardo agli accordi commerciali internazionali è se il bilateralismo o il regionalismo siano o meno di incentivo alla liberalizzazione degli scambi o piuttosto che il fiorire di accordi che escludano gli Stati Uniti e l’Unione europea abbia come risultato la discriminazione contro i nostri interessi commerciali ed politici.

Il regionalismo sta crescendo oggi in Asia. Pechino si è posto l’obiettivo della creazione di una «Facilitazione Monetaria Asiatica», una alternativa regionale al Fondo monetario Internazionale (FMI), e la costituzione di una Comunità dell’Asia Orientale, un’area preferenziale di carattere commerciale, economico e politico, con la deliberata esclusione degli Stati Uniti. La più importante iniziativa regionale in Asia è stata la riunione del vertice Kuala Lumpur, nel dicembre 2005, dei capi di stato di 16 paesi asiatici tra cui la Cina, l’India, l’Australia, la Nuova Zelanda. Vi era rappresentata metà della popolazione mondiale e un terzo del reddito e del commercio mondiale. La grande esclusa era però l’America. I propositi di tale riunione erano la costituzione di una comunità dell’Asia orientale che si ispiri all’Unione europea e con la costituzione di una moneta unica, ma senza legami istituzionali tra i paesi.

Si pone la questione se il crescente interesse della Cina nella formazione e nel rafforzamento dei regionalismi asiatici, e contemporaneamente il progressivo affievolimento dell’interesse cinese verso le istituzioni globali e il sistema commerciale multilaterale possano portare all’aumento di frizioni internazionali, non solo tra Cina e Usa, ma anche tra gli Stati Uniti da un lato e i suoi principali partners dall’altro. In particolare Giappone e Unione europea hanno tenuto fino ad ora un atteggiamento di attesa nei confronti della Cina.

Il paese del Sol levante guarda anche oltre il continente asiatico. In particolare il Dragone è promotore, ormai da cinque decenni, di rapporti bilaterali con i paesi dell’intero continente africano. Nel giro degli ultimi tre mesi Pechino ha visto impegnati i suoi esponenti politici più importanti in un tour in terra d’Africa (il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao sono giunti nella Repubblica del Congo, dopo le tappe del Cairo, del Ghana, dell’Angola, del Sud Africa, della Tanzania e dell’Uganda) e ha in calendario per novembre 2006 il primo summit del costituendo Forum sulla cooperazione Cina-Africa e il terzo incontro a livello ministeriale.

Gli scambi sino-africani sono andati crescendo negli ultimi anni con un incremento rilevante, misurato dall’aumento dell’interscambio tra la Cina e il continente africano. In termini relativi, però, il fenomeno ha ancora dimensioni ridotte. Infatti, se consideriamo l’interscambio cinese nel suo complesso e, quindi, il commercio della Cina nei confronti di tutto il mondo, il rapporto sino-africano ha dimensioni modeste poiché rappresenta appena il 3,4 % dell’intero interscambio cinese.

Gli accordi bilaterali hanno per oggetto l’approvvigionamento di materie prime ed di energia per soddisfare le esigenze del Dragone asiatico in cambio di prodotti di consumo low cost cinesi, prodotti hi-tec e know how ingegneristico cinese per la progettazione di infrastrutture di grandi e piccole dimensioni. La Cina ha, infatti, incrementato negli ultimi tre anni la quota di investimenti all’estero destinati al continente africano.

I cinesi stanno diventando ovunque concorrenti sul fronte energetico e su quello degli investimenti diretti all’estero. Così come in Africa, altrettanto succede in America latina e in altre aree emergenti. Gli accordi commerciali bilaterali o regionali possono portare a favorire la creazione di blocchi economici contrapposti, creando tensioni e divisioni. Potrebbe essere questa una importante occasione per riflettere sulla urgenza e sulla necessità di intraprendere il cammino per l’unità politica dell’Unione europea.

Emanuela Melchiorre

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