Globalizzazione e delocalizzazione della produzione

Globalizzazione e delocalizzazione della produzione

di Emanuela Melchiorre – 28 giugno 2006

Ormai da un decennio si parla di un fenomeno strettamente legato alla globalizzazione, all’accesso ai nuovi mercati e all’evoluzione del quadro competitivo mondiale: la delocalizzazione della produzione. La meta preferenziale dove installare fasi della produzione sono i paesi di nuova industrializzazione ed emergenti: le economie asiatiche e i paesi dell’Est europeo. La Cina è divenuta la «fabbrica del mondo», l’Europa dell’Est «la fabbrica della Germania» e del settore tessile-abbigliamento e calzature del Nord-Est italiano. Ma non mancano industrie italiane che guardano all’America latina e in particolare al Brasile. Ci sono però ragioni per credere che il fenomeno possa assumere forme diverse e diversa intensità. Né si deve dimenticare che la via della delocalizzazione fu aperta dall’industria automobilistica americana e europea, tra cui quella tedesca e italiana.

Come si legge, tra l’altro, su Economy, dagli anni Novanta sono circa 21 mila le imprese italiane di medie e grandi dimensioni che hanno delocalizzato. Dato però che il tessuto produttivo italiano è caratterizzato da numerose imprese di piccole e medie dimensioni che hanno difficoltà insormontabili a delocalizzare in aree geografiche molto distanti, il fenomeno della delocalizzazione produttiva non può essere generalizzato all’intero Sistema Italia. Solo le multinazionali nostrane, come la Merloni, Zegna, Marazzi e altre, si sono rivolte ai mercati più lontani come la Cina e la Russia, aprendo sedi produttive, commerciali e logistiche. Altre imprese, specie di media dimensione, e interi distretti hanno invece delocalizzato le fasi a più basso valore aggiunto laddove i costi di produzione erano più bassi per superare il periodo di bassa crescita della produzione italiana. La destinazione favorita è stata la Romania, la Slovacchia e altri paesi dell’Europa dell’Est.

La delocalizzazione è di due tipi: «difensiva» od «offensiva». La delocalizzazione difensiva si ha quando l’obiettivo principale è lo sfruttamento del vantaggio di costo nei paesi dove si vorrebbero trasferire gli impianti produttivi o una fase del ciclo produttivo. Il vantaggio di costo è in termini di minori salari, ma anche in termini di energia e servizi a più buon mercato, paradisi fiscali e incuranti della salvaguardia dell’ambiente e così via. La delocalizzazione offensiva prevede l’introduzione nel business plan dell’obiettivo di penetrazione del mercato locale, oltre che lo sfruttamento dei vantaggi competitivi, avvicinandosi, grazie alla delocalizzazione, ai mercati di consumo, specie se in forte espansione, per vendere più facilmente i propri prodotti.

L’esperienza italiana nell’ambito del fenomeno della delocalizzazione produttiva riguarda soprattutto i distretti del Nord-Est, di tipo difensivo, nei settori tessile-abbigliamento e calzature. In questi settori, tuttavia, i vantaggi competitivi nelle aree dell’Est europeo sono andati via via assottigliandosi a causa dell’aumento dei salari a livello locale e in confronto ai costi del lavoro nei paesi emergenti. La delocalizzazione impone, inoltre, possibili svantaggi di lungo periodo, soprattutto per quanto riguarda i distretti. Innanzitutto occorre considerare il progressivo impoverimento dell’indotto locale, che può causare una crisi delle imprese di piccole e medie dimensioni che devono competere con le più grandi, capaci di delocalizzare verso paesi più lontani e più competitivi. Non va sottovalutata anche la perdita progressiva di conoscenze e di personale qualificato del distretto e il rischio di trasferire know how produttivo verso i paesi emergenti che diverranno a tal punto concorrenti più pericolosi.

Logiche aziendali di questo tipo inducono alcune grandi aziende italiane a reinvestire nell’indotto dei distretti nostrani e a trasferire nuovamente in patria le fasi produttive oggetto di passate delocalizzazioni. Questa strada, che pare contro tendenza, la intende seguire la Diesel, l’azienda padovana dei jeans di lusso, che trasferirà il 65% della sua quota produttiva attualmente localizzata in Asia e in Nord Africa entro i confini nazionali. Della stessa idea sono la De Longhi, la Beghelli ed altre grandi aziende italiane che intendono scommettere nella produzione di qualità caratteristica del made in Italy. Per parlare di una inversione del fenomeno occorrerà però attendere ancora del tempo. È probabile invece che si assisterà, in un primo tempo, a un fase di rallentamento degli investimenti verso l’estero e ad una maggiore integrazione a livello locale dei distretti produttivi.

Emanuela Melchiorre

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