Missili di Pyongyang: la nuova guerra fredda della Corea del Nord

Missili di Pyongyang: la nuova guerra fredda della Corea del Nord

di Emanuela Melchiorre – 7 luglio 2006

Martedì notte la Corea del Nord ha lanciato missili in grado di portare testate nucleari, in violazione alla moratoria che la Corea del Nord aveva sottoscritto unilateralmente nel 1998. Mercoledì mattina ne ha lanciato un altro a lungo raggio capace di raggiungere le coste statunitensi. La Corea del Nord non è nuova a queste azioni. Nel 1998, prima di firmare la moratoria in parola, lanciò in via sperimentale altri missili capaci di portare testate nucleari. A quel tempo le Nazioni Unite reagirono con un semplice comunicato stampa, nel quale si invitava la Corea del Nord a tornare al tavolo dei negoziati.

La tecnologia nordcoreana potrebbe costituire un rischio per i più vicini paesi che si affacciano sul pacifico, Corea del Sud e Giappone, ma anche per gli Stati Uniti, al di là dell’Oceano. In tal modo Kim Jong-il, figlio del più noto Kim Il-sung, il «grande leader» che ha guidato il regime nordcoreano negli ultimi dieci anni sul limite del baratro economico e sociale, e che sta provocando in questi giorni una ulteriore tensione nelle relazioni internazionali, aggrava il pesante isolamento in cui la Corea del Nord si trova da lungo tempo.

Il mondo si interroga sul significato di una tale iniziativa e sull’eventualità di nuove azioni belliche. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma anche i paesi più vicini alla Corea del Nord, la Corea del Sud e il Giappone, così come la Cina e gli Stati Uniti, stanno studiando una risposta adeguata a un così grave atto. Il punto fondamentale è stabilire, innanzitutto, se l’azione nordcoreana sia stata effettivamente una provocazione o piuttosto il primo di una lunga serie di esperimenti per una proliferazione nucleare con scopi bellici.

Due aspetti della questione contribuiscono a tranquillizzare l’opinione degli esperti in relazioni internazionali della Corea del Nord. Il primo riguarda l’effettiva efficienza della tecnologia posseduta da questo Paese, che da decenni non conosce altro se non miseria e fame. Sono poche le produzioni di generi alimentari e le risorse economiche a sua disposizione, ma ancora meno sono le risorse energetiche e i capitali. La sua tecnologia ha dimostrato ancora una volta di essere completamente inefficiente, in quanto il missile lanciato mercoledi è esploso in volo pochi minuti dopo il lancio.

Un secondo aspetto fa sospettare che l’azione di Pyongyang sia una mera provocazione. Il momento scelto per dare luogo a tali esperimenti. Cade, infatti, alla vigilia dell’incontro plenario del G-8, che avrà luogo a San Pietroburgo nel mese di luglio, sotto la presidenza russa. Tale coincidenza fa pensare che Pyongyang voglia impegnare gli Usa in un confronto bilaterale e strappare un pacchetto di aiuti maggiore rispetto a quello che avrebbe altrimenti ottenuto per rinunciare al nucleare.

Il risultato di questo esperimento, al di là della effettiva riuscita scientifica, è stato comunque di dimensioni planetarie. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha deciso, con l’appoggio di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Giappone, di prendere una posizione «rapida, forte e risoluta», secondo le parole di Kenzo Oshima, il rapresentante permanente giapponese. L’ipotesi più accreditata è quella di una risoluzione con delle sanzioni a carico della Corea del Nord. A tale ipotesi si contrappongono, invece, l’opinione della Cina e quella della Russia, che preferiscono ripercorrere la strada intrapresa nel 1998, ovvero di un semplice comunicato stampa che inviti la Corea del nord a tornare al tavolo negoziale.

La Cina, in particolare, ha due ordini di motivi per essere contraria all’applicazione di sanzioni economiche severe che potrebbe portare la Corea del Nord a una situazione economica ancor più disastrosa e al crollo del suo regime. L’esistenza di un bellicoso Kim Jong-il, come si legge sulle righe del Sole24ore, rappresenta una preziosa leva negoziale che la Cina, proponendosi come mediatore, potrebbe usare nei confronti di Washington. Ma ancora più importante è constatare che se cadesse il regime di Kim, centinaia di migliaia di persone si riverserebbero verso i confini con la Manciuria e tenterebbero l’espatrio. A quel Punto Pechino dovrebbe prendersi carico di un flusso migratorio di grandi dimensioni.

La risposta più immediata si è avuta sui mercati e le borse dove si è registrata una reazione fortemente prevedibile. Hanno infatti perso terreno le valute dei paesi emergenti asiatici, mentre hanno aumentato le loro quotazioni i beni che tradizionalmente svolgono un ruolo di rifugio come l’oro e il petrolio. In particolare, la quotazione del greggio ha toccato il picco di 75,19 dollari al barile, facendo prevedere ripercussioni negative sulle economie dei paesi più avanzati.

Emanuela Melchiorre

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