Ricchezza e miseria in Medioriente

 

di Emanuela Melchiorre – 3 agosto 2006

Dall’esame dei dati ufficiali disponibili di alcuni indicatori sociali ed economici dei Paesi del Medioriente, possiamo constatare una realtà economica non edificante. Sebbene questi Paesi abbiano avuto negli ultimi anni un tasso di crescita del reddito reale annuo piuttosto elevato, e il maggior contributo alla formazione del reddito provenga, oltre che dalle immense riserve petrolifere, anche dal settore dei servizi, settore a maggior valore aggiunto, il tasso di povertà rimane a valori molto elevati. In Egitto, ad esempio, uno dei paesi tra questi più sviluppato, il 16% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. È facile constatare che i Paesi musulmani della regione sono caratterizzati da un basso o bassissimo livello di reddito pro-capite e una elevata popolazione. Israele, al contrario, produce un reddito pro-capite di 16.162 Dollari Usa annui, più elevato di tutta l’area geografica considerata, addirittura doppio del PIL per abitante dell’Arabia Saudita, paese immensamente ricco di risorse petrolifere. Il paese che nell’area ha un reddito pro-capite più basso è l’Egitto (1.062,00 Dollari Usa).

Gli aiuti internazionali allo sviluppo concessi alla regione secondo le agenzie ufficiali del DAC (Development Assistance Committee), dell’OCSE (Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), da istituzioni multilaterali e dai paesi del non-OCSE, come i Paesi arabi del Golfo Persico, sono molto consistenti e contribuiscono in maniera sensibile a modificare l’assetto economico di alcuni paesi dell’area premiando soprattutto la Turchia, la Giordania e l’Egitto.

Una situazione fondamentalmente diversa è quella di Israele. Questa giovane nazione, sebbene riceva aiuti allo sviluppo in quantità inferiore rispetto agli altri Paesi, può fare affidamento sulla solidarietà dei connazionali sparsi ancora in tutto il mondo occidentale. La componente delle rimesse dei connazionali all’estero ha una certa importanza (ad esempio dal 2003 al 2004 è cresciuta del 33%) e, insieme agli investimenti diretti dall’estero, pur decresciuti dal 2000 al 2004, costituiscono i più significativi aiuti provenienti dalle comunità ebraiche di tutto il mondo.

Nonostante le risorse naturali del territorio ebraico siano molto scarse, il progresso che il Paese ha registrato negli ultimi decenni è molto rilevante ed è il prodotto di fattori organizzativi e volontaristici, guidati da criteri di efficienza. Fin dalla prima fase di sviluppo dello Stato, verso il 1952, in Israele venne organizzata una efficiente base agricola grazie all’afflusso di decine di migliaia di famiglie che si stabilirono sul territorio e che adottarono criteri di produzione su base comunitaria e familiare. Sono stati sperimentati sistemi pionieristici di irrigazione, di desalinizzazione delle acque del mare, di utilizzo delle acque piovane per impiantare strutture di irrigazione nelle aree desertiche.

Dalla disamina delle diverse bilance commerciali si evince che Israele ha dei sani rapporti con la civiltà occidentale capitalistica poiché presenta un maggiore equilibrio tra le esportazioni e le importazioni, in termini di valore percentuale del PIL, che evita una pericolosa tendenza all’indebitamento estero e la conseguente situazione di endemica sudditanza economica, uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo economico. Gli altri Paesi presentano o forti squilibri o valori assoluti di importazioni e di esportazioni poco rilevanti.

Emanuela Melchiorre

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