Brasile, Russia, India e Cina: «mattoni» del nuovo ordine mondiale?

di Emanuela Melchiorre – 16 settembre 2006

Osservare l’evoluzione dell’economia mondiale attraverso la storia economica e attraverso le varie aree geografiche offre straordinarie occasioni per lasciarsi affascinare dalla ciclicità degli eventi che periodicamente si presentano sempre uguali e sempre diversi. Più volte si è cercato di estrapolare tendenze nel tentativo di dare una approssimazione alle evoluzioni future. Dopo la rivoluzione industriale si è ipotizzata, con Ricardo, una caduta delle rendite, con Malthus la crescita solo aritmetica degli alimenti a fronte della crescita geometrica della popolazione e quindi una inevitabile carestia; e poi, con Marx, una caduta del profitto. Ma la storia ha dimostrato che non tutte le profezie si verificano puntualmente. La previsione di nuovi equilibri tra i Paesi, sostenuta da quel fenomeno che solo di recente prende il nome di globalizzazione, ma che ha sempre agito e ha sempre avuto effetti nel tempo e nello spazio, anche se in misura minore e meno evidenti, vede oggi i maggiori Paesi emergenti appartenenti ai «Bric» (Brasile, Russia, India e Cina), come sono stati definiti in un rapporto della Goldman Sachs, come i veri protagonisti della scena mondiale, i «mattoni» (in inglese brick significa mattone) che, distogliendo l’attenzione dalla tradizionale economia statunitense, da sempre ritenuta locomotiva di tutti gli altri Paesi, costituirebbero la base del futuro ordine economico mondiale.

Al riguardo è interessante rilevare che negli anni Sessanta il dipartimento dell’economia dell’Ocse studiava da vicino l’andamento dei tassi di crescita giapponesi, che per alcuni segmenti di industria raggiunsero anche il 35% annuo. Se allora si fossero estrapolate tendenze di crescita, ad oggi il Giappone sarebbe passato avanti all’economia americana da molto tempo. Altrettanto si può affermare nei confronti dell’economia del Sol Levante e di tutte le analoghe teorizzazioni che vengono fatte dai più autorevoli centri di ricerca e di studi. Molti aspetti non entrano, tuttavia, nelle tradizionali analisi di estrapolazione di tendenze, e spesso vi sono variabili di carattere sociale e politico, e quindi di difficile se non impossibile commisurazione. La democrazia, che in Cina e in Russia difetta, appartiene appunto a una di queste variabili. Le rivendicazioni di ordine politico, che sono le possibili conseguenze dello sviluppo economico, sono da annoverare tra questo elenco di variabili come i possibili turbamenti dell’equilibrio sociale conseguenti a una crescita accelerata. L’India è un mosaico di etnie, di caste, di affiliazioni politiche e religiose. Le differenze di censo e di reddito sono talmente grandi che non è dato sapere che cosa succederà quando le masse indiane cominceranno ad emergere dalla povertà, così come la grande fetta di popolazione che vive nelle regioni rurali del nord-est cinese o in Brasile.

Tali turbamenti agli instabili equilibri mondiali, con l’emergere di classi medie tra i due miliardi e mezzo di abitanti dei Bric, cambieranno i modelli di consumo, aprendo nuovi mercati ai prodotti dei Paesi di vecchia industrializzazione. Lo stesso concetto di «classificazione per Nazione» perde di significato in un mondo globalizzato, poiché la catena dell’offerta stringe i Paesi in maglie di tessuto produttivo sempre più strette e l’economia si fa sovrannazionale. I grandi dissidi commerciali fra le diverse Nazioni, che oggi sono controllati dalla procedura per la soluzione delle controversie del WTO e giudicate sulla base del diritto internazionale privato, riacquistano una pericolosa dimensione politica all’ombra di un fallimento del negoziato internazionale Doha Round. Il Financial Times, in un recente editoriale, titolava: «L’erosione dei principi e delle discipline del WTO porterebbe alla sostituzione della legge del diritto con la legge della giungla».

La conseguenza più pericolosa di un eventuale simile fallimento potrebbe essere la marginalizzazione del sistema commerciale multilaterale che, tramite la clausola della «Nazione più favorita», ha avuto come fine la creazione di benefici e regole uguali per tutti e che ha avuto indubbiamente successo nel favorire la crescita economica mondiale, anche se in modo non equilibrato e con il consenso ad alcune eccezioni eccellenti come gli accordi regionali preferenziali della Comunità Economica Europea e il Nafta (North American Free Trade Agreement). Gli accordi preferenziali regionali e in particolare quelli bilaterali si sono moltiplicati, specie dopo la caduta del muro di Berlino, in modo tale da modificare gli equilibri dell’intero sistema commerciale mondiale. Intraprendere la strada di nuovi accordi, in particolare bilaterali, riduce progressivamente l’importanza del sistema multilaterale che per sua natura è non preferenziale e quindi non discriminatorio. Gli accordi regionali commerciali regionali e bilaterali sono invece per loro natura preferenziali e discriminatori.

Il pericolo è che una politicizzazione crescente delle motivazioni che spingono la creazione di accordi discriminatori favorisca la creazione di blocchi economici contrapposti, favorendo quella che Il Sole 24 Ore definisce «balcanizzazione» del commercio mondiale. Di fronte all’avanzare di questo fenomeno che vede oggi India, Brasile e Sud Africa porre le basi di un accordo trilaterale con i Paesi del Mercosur (Mercato Comune del Cono del Sud fra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay), l’Europa è stata finora sostanzialmente a guardare, fiduciosa che il multilateralismo, con i suoi evidenti vantaggi, possa spontaneamente allargarsi.

Il vertice Ue-Asia, che ha avuto luogo a Helsinki l’11 settembre scorso, segna però un passo importante verso una presa di coscienza nuova. Nel favorire gli accordi multilaterali, si è posta l’attenzione sulla tutela dei diritti umani che interessavano tutti i popoli indiscriminatamente ed è stata sensibilizzata l’opinione pubblica riguardo alle gravi violazioni che alcuni Paesi praticano regolarmente. Accanto alla priorità dello sviluppo economico, è stato sempre posto in sede di negoziati multilaterali anche lo sviluppo di una coscienza sociale e di un rigore nei riguardi della vita. Gli accordi bilaterali non perseguono alti fini sociali, così come le iniziative regionali asiatiche che hanno avuto luogo negli ultimi anni.

È sconfortante constatare come una mancanza di sensibilità per questi problemi appartenga all’attuale missione in Cina del nostro presidente del Consiglio, il quale, riesumando il mito della via della seta, ha posto l’accento esclusivamente sull’aspetto commerciale e trascurato del tutto l’aspetto della violazione dei diritti umani, in cui la Cina ha un triste primato.

Emanuela Melchiorre

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