L’inganno del fisco

 

di Emanuela Melchiorre – 21 ottobre 2006

Ieri il Consiglio dei Ministri ha autorizzato il ricorso alla fiducia sul decreto fiscale collegato alla Finanziaria. È l’ultima tappa, in ordine di tempo, del percorso della manovra economica varata dal governo Prodi. Una manovra che raggiungerà il valore complessivo di 40 miliardi di euro. Essa comporterà l’innalzamento delle tasse, specie quelle prelevate dai redditi della fascia di popolazione che presenta un reddito maggiormente «tracciabile», ossia la classe media. Eppure, se si pone un interrogativo all’uomo della strada riguardo alla sua opinione su queste ultime novità in tema di prelievo fiscale, molte volte si ottiene una risposta in prima battuta scontata, ovvero: «E’ giusto che i ricchi paghino le tasse». In seconda battuta, le risposte sono del tipo: «Tutta colpa degli evasori», oppure: «E’ necessario finanziare le spese statali di pubblica utilità». Risposte di questo genere denotano quanto meno una lodevole predisposizione a rinunciare ad una parte considerevole del proprio reddito per provvedere alle necessità dei più deboli, ma sottintendono per lo più anche la convinzione che siano soprattutto gli altri, cioè i «ricchi», a potere e dovere sovvenzionare gli oneri generali.

Nella nostra società – quella occidentale in generale e quella italiana in particolare – le imposte dirette sono di fatto comunemente ispirate al criterio della progressività. Le imposte sul reddito delle persone fisiche (ma non quelle sulle società, né quelle indirette) gravano, quindi, in misura proporzionalmente maggiore sui possessori di redditi più elevati. Questo principio comporta, però, un effetto psicologico sul cosiddetto «uomo della strada». Infatti, se ogni aumento della pressione fiscale colpisce maggiormente chi detiene redditi alti, più facilmente diviene accettabile un’imposizione maggiore anche sui redditi medio-bassi.

Sfugge, invece, il fatto che le imposte vengono calcolate sulla base del reddito nominale, che cresce in misura maggiore di quello reale per effetto dell’inflazione. Pertanto la pressione fiscale attuale, che si aggira intorno al 43% del PIL (dati OCSE), ha una percentuale già di per sé allarmante, ma va rivista al rialzo per effetto del gioco dell’inflazione. Inoltre, l’incremento del reddito nominale può comportare lo slittamento verso uno scaglione di reddito ad aliquota maggiore, senza però un commisurato aumento del potere di acquisto. È questo l’aspetto che spesso passa inosservato e che può essere identificato con l’appellativo di «inganno del fisco». Consideriamo poi il fatto che i detentori di reddito medio-basso sono coloro per i quali la propensione al consumo è maggiore, vale a dire impiegano una quota maggiore del proprio reddito per acquistare beni di prima necessità. Una decurtazione, che in percentuale può essere minore per i meno abbienti, è in termini relativi maggiore rispetto ai più abbienti, in quanto la rinuncia al reddito per questi ultimi comporta una riduzione di un consumo velleitario e non di prima necessità.

In conclusione: ci sono alcuni aspetti del principio della progressività dell’imposta che non vengono presi nella dovuta considerazione e che continuano a passare inosservati. Al contrario, valutare anche questi aspetti sarebbe una prova di democrazia da parte di qualsiasi governo. Basterebbe, infatti, considerare l’andamento del reddito reale e non di quello nominale al momento del calcolo delle aliquote per mantenere costante la pressione fiscale. Ciò sarebbe agevolato dal contenimento o dalla riduzione delle spese pubbliche superflue o di scarsa utilità sia a livello centrale che locale.

Emanuela Melchiorre

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One Response to “L’inganno del fisco”

  1. Complimenti per l’articolo. Come é bello leggere in modo tennico e scientifico il pensiero e le idee che uno difende, ma che non riuscirebbe mai a dirlo o spiegarlo cosi (sopratutto perche non ho studiato e non capisco un tuvo di economia, eheh). Ma io mi chiedo se quelli che votano sinistra per "avere piu prestazioni da parte dello stato" lo sanno che una cassa piena di soldi senza debbiti da piu di oportunitá di avere quelle prestazione che una cassa senza soldi, piena di debbiti. La sinistra ama robinare la cassa con le sue politiche.
    Brava Emanuella, un bacio.

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