Previdenza saccheggiata

 

di Emanuela Melchiorre – 9 dicembre 2006

Nel settore della previdenza si è passati, negli ultimi decenni, da un atteggiamento estremamente prudenziale, che ha caratterizzato i vecchi progetti Scotti (degli anni Ottanta) e Marini (del 1991), molto rispettosi delle posizioni acquisite e attenti a non rendere traumatico il passaggio dal vecchio ad un nuovo regime, ad un accanimento esagerato e non completamente giustificato. A tale rigore si sono ispirate le ripetute riforme (Amato, Ciampi, Dini), che dal 1992 al 2001 hanno sempre più limitato il diritto ad andare in pensione, frenando le pensioni di anzianità, ostacolando il cumulo fra la pensione anticipata e la retribuzione, riducendo il valore non solo reale, ma persino nominale delle pensioni sia attraverso la riduzione delle aliquote sia mutando il regime da retributivo a contributivo, ritardando l’età della pensione di vecchiaia.

Dopo la boccata di ossigeno concessa ai pensionati dal governo Berlusconi, che ha sostituito il sistema delle penalizzazioni nei confronti di chi lascia in anticipo il lavoro con quello degli incentivi a rimanere anche dopo aver maturato il diritto e ha aumentato i trattamenti pensionistici minimi, viene oggi nuovamente seminato il panico, sia con provvedimenti punitivi per gli imprenditori ed i lavoratori (trasferimento di parte del Tfr all’Inps o ai Fondi Pensione, sistema del silenzio assenso), sia con la minaccia assillante di nuovi, ineluttabili, indefiniti provvedimenti restrittivi, che comunque dovranno ridurre strutturalmente, ossia definitivamente, a danno dei pensionati, la sempre più insostenibile spesa pubblica.

La motivazione che si adduce normalmente per giustificare le menomazioni del diritto alla pensione viene desunta dal fatto che la vita media tende ad allungarsi e che il numero dei lavoratori e, quindi, dei contribuenti previdenziali tende a diminuire, con il duplice svantaggio, per i fondi di previdenza, di maggiori uscite per trattamenti pensionistici e di minori entrate contributive. Impostato in tal modo, il problema sembra di difficile soluzione. Così facendo, però, due fenomeni, che ogni persona di buon senso riterrebbe assolutamente positivi – l’allungamento delle speranze di vita e la liberazione dalla fatica e dalla necessità del lavoro – vengono considerati alla stregua delle massime calamità per il Paese.

L’errore fondamentale del ragionamento comincia ad apparire se solo si pone mente al fatto che negli ultimi decenni, pur in presenza di un sensibile aumento della popolazione anziana, di una rilevante diminuzione dell’occupazione giovanile e di una corsa sfrenata alle pensioni di anzianità, dettata dal panico, la spesa previdenziale è rimasta, in percentuale rispetto al Pil, pressoché inalterata (dal 14,8% del 1992 al 15,7% del 2005), con oscillazioni minori nei periodi intermedi. Come si è potuto verificare questo miracolo inaspettato? Le ragioni sono semplici. L’aumento della produttività del lavoro legato soprattutto allo sviluppo tecnologico, dell’informatica e della telematica, ha incrementato il Pil. Le ripetute riforme previdenziali, anche se ritenute ancora parziali ed insufficienti, hanno però limitato notevolmente la spesa, per effetto della drastica riduzione del diritto alla pensione di anzianità e dell’introduzione del sistema contributivo in sostituzione di quello retributivo. L’inflazione, soprattutto quella successiva all’introduzione dell’euro, ha penalizzato le pensioni anche in rapporto al Pil.

Se finora il rapporto spesa previdenziale/Pil si è mantenuto entro limiti sopportabili è prevedibile che, sic rebus stantibus, possa rimanere tale anche nei prossimi anni, per alcune ragioni. Innanzitutto, il numero di coloro che potranno ancora beneficiare della pensione anticipata, esaurita la corsa determinata dal panico seminato e trascorso il periodo transitorio previsto nella riforma Maroni, diminuirà, fino praticamente a scomparire. In secondo luogo, con il passare degli anni aumenterà il numero delle pensioni calcolate con il sistema contributivo, e si esauriranno quelle calcolate con il sistema retributivo, con notevole diminuzione del valore dei trattamenti pensionistici. In terzo luogo, essendo notevolmente diminuito il numero dei lavoratori occupati, non molto tardi diminuirà anche il numero dei pensionati, o i pensionati godranno di un trattamento previdenziale rapportato ad un minor numero di anni lavorativi. Infine, la schiera dei lavoratori che al limite dell’età pensionabile non sarà riuscita a lavorare per il periodo minimo richiesto (ieri cinque anni, oggi venti anni), pur avendo versato cospicui contributi, non potrà godere di alcun diritto a pensione.

Le conclusioni che si possono trarre sono di due ordini. Innanzitutto, va abbandonato il dogma che la previdenza vada finanziata esclusivamente con i contributi dei lavoratori ed accettato il fatto che possa essere finanziata dalla fiscalità generale, pur restando inalterato il rapporto finanziamento previdenziale/Pil. In secondo luogo, più della sostenibilità finanziaria del sistema, è urgente cominciare a preoccuparsi della perdita del potere d’acquisto delle pensioni e della situazione di quei lavoratori che nel corso della vita lavorativa rimarranno più facilmente senza occupazione e senza nessuna protezione previdenziale. Sicuramente la graduale eliminazione del Tfr lascerà privi i pensionati dei benefici della liquidazione, ma non riuscirà neppure a coprire completamente le carenze del nuovo regime pensionistico. La forte e sempre crescente pressione fiscale, oggi al 43% del Pil secondo i dati Ocse, dovrebbe far fronte prioritariamente a questi problemi (indennità di disoccupazione e rivalutazione delle pensioni), piuttosto che alimentare vecchie e nuove spese inutili o di minore utilità sociale.

Emanuela Melchiorre

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