Lasciamo perdere l’energia rinnovabile

di Emanuela Melchiorre – 27 gennaio 2007

Il Secolo XX ha avuto tre grandi catastrofi. Il Nazismo, il Comunismo e l’Ecologismo. Della prima ce ne siamo liberati, della seconda (mi auguro) ce ne libereremo presto, della terza c’è il pericolo di non liberarsene mai. Ne è una riprova il fatto che si parla oggi di fonti rinnovabili come di una valida alternativa alla produzione di energia di tipo tradizionale. È dello stesso avviso anche l’Unione europea la quale promuoverà, dal prossimo 29 gennaio, la «settimana dell’energia sostenibile».

In primo luogo, è utile dare una commisurazione all’uso di fonti alternative nella produzione mondiale di energia per poter rendere palese quanta futile importanza viene data a questo fenomeno. Nel mix mondiale di fonti di energia, le fonti c.d. «alternative» costituiscono appena il 6 % del totale. Tra queste la produzione idroelettrica è l’unica realmente alternativa, in quanto costituisce la fonte più utilizzata e l’unica, fra le rinnovabili, a dare una buona resa con costi contenuti.

Uno sguardo rapido alla struttura dei costi di produzione e alla effettiva resa di tali fonti, inoltre, è sufficiente per dissipare ogni dubbio sulla effettiva validità di una simile alternativa. Prendiamo ad esempio l’energia eolica, alla quale il nostro premier pare tenga particolarmente, tanto da inserirla nel «programma dell’Unione», alla quale tengono anche 10 ministri e anche 10 senatori della Margherita, dei Verdi e dei comunisti di varia estrazione. Ebbene, a tali signori forse occorre spiegare che non si può ordinare al vento di soffiare ininterrottamente. Una centrale eolica, per poter funzionare a regime e fornire elettricità a grandi utenti in modo continuo e affidabile, infatti, deve essere supportata da altri impianti, di tipo tradizionale, che siano efficienti e pronti ad entrare in funzione nell’istante in cui ci sia una caduta a picco della potenza eolica, al fine di evitare quei fastidiosi black out di cui siamo stati di recente spettatori e vittime (quello del 4 novembre scorso e quello del 28 settembre 2003, solo per citarne alcuni).

È stato calcolato che, per garantire ogni margine di sicurezza nella costanza delle forniture e per evitare i black out, 18 GW eolici non consentono di sostituire nemmeno 1 GW di tipo convenzionale. Occorrono, invece, fino a 24 GW eolici, quindi 24.000 turbine eoliche, per sostituire un gigawatt di potenza nucleare. Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, sostiene, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro. Un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre un gigawatt di potenza, costa circa 2 miliardi di euro. Il sistema eolico non è, quindi, economicamente sostenibile.

Occorre, infine, considerare anche altri aspetti che depongono a sfavore di una industria del vento impiantata sul territorio del nostro Paese. In primo luogo, l’Italia, con il suo aspetto morfologico allungato, estremamente montuosa ed al centro dell’area mediterranea, presenta, infatti, degli ostacoli naturali al flusso del vento e può contare solo su pochi venti che hanno una buona intensità: il maestrale, la tramontana, lo scirocco e il libeccio, quando però soffiano e ciò accade per brevi periodi. Questi aerogeneratori però, seppur rispettano in rari casi i rigori tecnici per il loro corretto funzionamento, di certo non rispettano l’integrità del paesaggio. Infatti, soluzioni che sono esaltate come eco-sostenibili, sono al contrario paesaggisticamente deturpanti.

È necessario a questo punto chiedersi come mai il professore ci tenga tanto all’impianto di centrali eoliche sul territorio nazionale se, in effetti, non producono secondo criteri di efficienza e al contrario deturpano l’ambiente. Si sarà forse posto il problema della tutela dei redditi dei commercianti di turbine eoliche, a danno però di tutti i contribuenti? La stessa domanda può esser fatta ad Alfonso Pecoraro Scanio. Anche a lui possiamo chiedere come mai sostiene a gran voce l’impianto di pannelli fotovoltaici, tanto da proporre a ben 8000 sindaci di impiantarne, spontaneamente o coercitivamente, su tutti gli edifici pubblici da loro amministrati. Sarà anche Scanio preoccupato per i redditi dei commercianti di pannelli solari? O piuttosto non si sarà anche lui «messo in affari»? Infatti, come per l’energia eolica, anche per l’energia fotovoltaica si possono fare le medesime considerazioni di inopportunità economica. E forse a maggior ragione, visto che quest’ultima fonte di energia è ancora più cara della precedente e la resa, in termini di produzione energetica, è molto più ridotta. Per produrre un gigawatt di potenza elettrica pari al 2% del fabbisogno italiano occorre spendere 50 miliardi di euro se fotovoltaico, 0,5 miliardi se a gas, un miliardo se a carbone e due miliardi se nucleare. Occorre anche osservare che per avere un gigawatt di energia fotovoltaica occorrono 50 milioni di metri quadrati di specchi, che almeno due volte al mese debbono essere lavati e lucidati. Si può, infine, osservare che per ragioni dovute al sole un impianto fotovoltaico richiede il mantenimento in funzione l’impianto di tipo tradizionale di pari potenza. Il fotovoltaico, quindi, come l’eolico, non libera un paese dall’uso degli impianti tradizionali. Energia derivante dal sole o dal vento è un palliativo eccessivamente costoso tanto da essere fallimentare.

La dipendenza dall’estero per i nostri consumi di energia è senza dubbio un limite allo sviluppo del Paese, come lo è per lo sviluppo di tutta l’Europa unita. È corretto il tentativo di variare il mix di fonti di produzione di energia per aumentare la produzione interna e ridurre quindi la dipendenza dall’estero, specie perché i fornitori internazionali appartengono ad aree politicamente instabili. Ma è follia pensare che le fonti rinnovabili, eoliche e fotovoltaiche in testa, possano costituire una valida alternativa alle fonti tradizionali. L’Italia e l’Europa possono colmare le proprie lacune nelle politiche di sviluppo energetico soltanto ricorrendo al potenziamento delle fonti tradizionali e soprattutto del nucleare, che garantiscono costi sostenibili in rapporto alla produttività. Inoltre, è della massima importanza installare i rigassificatori, che consentirebbero, da un lato, la diversificazione dei rifornimenti di gas, e, dall’altro lato, l’esportazione di gas verso altri paesi.

Emanuela Melchiorre

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