Russia-Arabia Saudita: un’altra tappa verso l’Opec del gas

 

di Emanuela Melchiorre – 17 febbraio 2007

Dopo l’alleanza con l’Algeria inaugurata nell’agosto scorso, la Russia, in attesa di un riscontro con un partner europeo (la Norvegia), corteggia oggi l’Arabia Saudita per una collaborazione nel settore dell’energia. Il progetto di Vladimir Putin di costituire l’Opec del gas si rafforza con l’ingresso di un nuovo membro d’eccellenza. In contrasto con le parole pronunciate in occasione del meeting annuale del World Economic Forum di Davos (Svizzera) dal vice-premier russo Dmitri Medvedev, il quale sosteneva che la Russia potrebbe diventare la prima estrattrice di petrolio al mondo, superando l’Arabia Saudita entro la fine dell’anno, oggi Putin vuole allearsi proprio con il massimo produttore mondiale di greggio. La collaborazione cui fa riferimento il premier russo riguarda in primo luogo investimenti in Arabia Saudita, per un ammontare di circa due miliardi di dollari, nell’esplorazione di riserve di gas e di idrocarburi tramite la Lukoil, la maggiore compagnia petrolifera russa, e la statale Stroitransgaz, costruttrice di gasdotti e oleodotti in tutto il mondo. Putin ha offerto inoltre la sua collaborazione nel campo dell’energia atomica, dell’industria metallurgica, dei trasporti e dello spazio. La Russia ha infatti lanciato sette satelliti per le comunicazioni per l’Arabia Saudita ed è pronta a lanciarne altri sei. Le contropartite che Putin chiede sono investimenti sul territorio russo, finanziati interamente dagli istituti di credito sauditi, e la promozione di investimenti reciproci.

L’Europa è ancora spettatrice della partita a scacchi che la Russia gioca con i produttori mondiali di energia e non persegue alcuna politica di autosufficienza energetica. L’unica fonte che potrebbe portare l’Europa fuori dalla dipendenza da Paesi politicamente instabili è l’energia nucleare. Questa fonte, che si presenta efficiente da un punto di vista del rapporto costi/produttività, incontra però gli ostacoli rappresentati dagli ambientalisti e dell’ignoranza dell’opinione pubblica, mentre i tempi per la realizzazione degli impianti risultano oggi molto ridotti. Sembra, infatti, che l’attivazione di un impianto nucleare richieda solo tre o quattro anni, contro i dieci di qualche anno fa.

L’Europa ha già accumulato un notevole ritardo nel campo energetico e ha concentrato la sua attenzione, dal punto di vista degli investimenti, prevalentemente nella regolamentazione della produzione agricola, un settore marginale che pure assorbe ancora oltre il 40% del bilancio comunitario. Il Vecchio Continente ha trascurato l’innovazione tecnica e la ricerca scientifica, con ripercussioni negative sul reddito e l’occupazione. Le scelte fin qui adottate verranno pagate in un futuro prossimo in termini di maggiore dipendenza dall’estero per la nostra produzione e minore autonomia nelle politiche di crescita.

Emanuela Melchiorre

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