Troppo ottimismo sulla crescita italiana

 

di Emanuela Melchiorre – 22 febbraio 2007

I dati provvisori pubblicati dall’Istat in questi ultimi giorni in ordine all’incremento del Pil italiano nel 2006, stimato del 2,4% nell’ultimo trimestre e del 2% su base annua, fanno riflettere per via della loro marcata differenza con tutte le previsioni precedentemente avanzate dallo stesso istituto e da altri autorevoli istituti internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale.

Le previsioni per il 2006 del Fondo Monetario Internazionale erano precedentemente per una crescita dell’1,5% per l’Italia, del 2% per la Germania, del 2,4% per l’euro-zona, del 3,4% per gli Stati Uniti e del 5,1% per il Mondo. Per il 2007 le previsioni erano di un aumento dell’1,3% per l’Italia nel contesto di un generale rallentamento dell’economia internazionale. In particolare, un aumento dell’1,3% per la Germania, del 2,0% per l’euro-zona, del 2,9% per gli Stati Uniti e del 4,9% per il Mondo.

Ammesso e non concesso che l’aumento del Pil per l’Italia sia stato nel 2006 effettivamente del 2% per effetto soprattutto della ripresa in Germania, il cui aumento del Pil si è attestato intorno al 3% per il 2006, si tratterebbe, ad ogni modo, di un dato che non giustifica nessun trionfalismo od ottimismo, perché rappresenterebbe una crescita più che modesta, del tutto insufficiente a risolvere i molti problemi economici e finanziari del nostro Paese, tra cui il nodo delle pensioni, creato proprio dalla crescita economica insufficiente. Le previsioni dell’1,5% di crescita per il 2007 condannerebbero l’economia italiana a rimanere, ancora una volta, attardata nell’ambito dell’Europa e nel contesto internazionale.

Non sembra proprio, inoltre, che la modesta crescita ipotizzata sia effettivamente perseguibile, perché occorre tener presente la minaccia di nuovi aumenti dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea e soprattutto gli effetti della Finanziaria per il 2007. Già si avvertono, infatti, i primi segni di rallentamento con le decurtazioni nella busta paga degli operai e degli impiegati, che saranno purtroppo ben più consistenti con gli aumenti dell’Irpef nazionale, regionale e comunale, cui si aggiungeranno gli aumenti dell’Ici. Inoltre, occorre considerare che ancora non si registrano i dovuti aumenti negli investimenti in tecnologia e in innovazione, che costituiscono invece una scelta indispensabile senza la quale non si ottengono aumenti della produttività del lavoro e, quindi, della capacità del nostro Paese di produrre maggior reddito.

Ancora più improbabile è credere nella crescita italiana quando si ascoltano le raccomandazioni della Bce, la quale pone l’imperativo del rientro del debito pubblico e del deficit come unici obbiettivi da perseguire e loda il Governo Prodi per la pressione fiscale che ha imposto. Ammesso e non concesso che una tale opprimente imposizione fiscale possa permettere di rientrare entro i parametri imposti da Maastricht, questo non garantirebbe certo la piena occupazione o la crescita del Paese. Al contrario, costituirebbe una richiesta eccessiva da imporre agli italiani, i quali hanno già visto diminuire notevolmente il potere di acquisto dei loro redditi dall’introduzione dell’euro. Più volte si è detto quanto tali parametri siano alla base della bassa crescita di tutta l’euro-zona, poiché privilegiano la domanda e non l’offerta, ovvero non la produzione di reddito. Se si invertisse l’ordine delle priorità imposte dalla firma del trattato di Maastricht, se si privilegiassero gli investimenti in grandi opere co-finanziate con fondi pubblici e privati e, in generale, se si facilitassero gli investimenti e la ricerca tecnologica, l’utilizzazione di fonti energetiche alternative al petrolio, come il nucleare, se si perseguisse l’occupazione e non soltanto il contenimento dell’inflazione, allora l’ottimistica previsione di crescita sarebbe più fondata.

Oggi non ci resta che prender atto di quanto viene dichiarato istituzionalmente, sperando che la congiuntura economica, non nazionale, bensì internazionale, certamente più favorevole di quella degli anni passati, possa colmare le lacune che le politiche nazionali ed europee lasciano ancora vuote riguardo all’occupazione, alla crescita economica e all’autosufficienza energetica.

Emanuela Melchiorre

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