Il futuro dell’energia europea

 

di Emanuela Melchiorre – 20 marzo 2007

Venerdì 9 marzo scorso si è riunito il Consiglio europeo di Bruxelles composto dai capi di Stato e di governo dei ventisette Paesi dell’Unione Europea. Ancora una volta l’Europa ha perso l’occasione per formulare una politica energetica sostenibile e di autosufficienza, dando invece spazio solamente ad alternative energetiche che non porteranno l’Europa al di fuori della sfera di influenza della politica energetica ed espansionistica della Russia. Il piano Ue sulle energie rinnovabili è vincolante per i paesi membri e prevede sanzioni pecuniarie nel caso non vengano rispettati i dettami del Consiglio europeo. La tabella di marcia è la seguente: tagliare le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020 e negoziare una riduzione del 30% a livello internazionale; aumentare poi fino al 20% (rispetto all’attuale 7%) la quota delle fonti rinnovabili nel mix energetico totale comunitario. È prevalsa la proposta della presidenza tedesca, che ha previsto una riduzione delle emissioni di gas serra non tramite sistemi economicamente efficienti e sostenibili, come il nucleare, che è un fonte energetica a emissione zero di anidride carbonica, ma tramite fonti chiamate oggi «alternative», che poi alternative all’energia tradizionale non sono. Sotto il vessillo dell’eco-sostenibilità, si vogliono spacciare il fotovoltaico, l’eolico e il biocarburante come fonti energetiche che possano traghettare l’intera Europa verso «il primato della politica energetica mondiale». Peccato che l’obbiettivo che è essenziale perseguire oggi a livello comunitario non è tanto il primato della «politica» energetica quanto il primato della «produzione» energetica. La differenza fra i due obbiettivi è importante. Il primo è sostanzialmente una scatola vuota che permette di perseguire tutte le mode ambientaliste e popolari del momento; il secondo, invece, permetterebbe all’Europa di investire in tecnologia e innovazione per rendere l’energia nucleare ai primi posti del mix di fonti energetiche comunitarie, e aumentarne la produzione in modo efficiente. La libertà per i paesi membri di ricorrere al nucleare, che è stata considerata solo grazie all’iniziativa francese, è stata, invece, confinata all’ultimo punto del «piano Ue sulle energie rinnovabili», che coprirà il periodo dal 2007 al 2009, e sarà poi rinnovato di tre anni in tre anni.

La contraddizione delle idee ambientaliste, di cui è affetta Angela Merkel, ha fatto sì che, secondo il futuro piano comunitario di sviluppo delle fonti alternative, gli sforzi in campo di innovazione tecnologica saranno finalizzati per rendere più efficienti le centrali energetiche basate su combustibili fossili (carbone), che è notoriamente una delle fonti energetiche più inquinanti sia a livello di estrazione del carbone, che di produzione di energia. L’obbiettivo operativo sarà la costruzione di ben 12 impianti di centrali a carbone entro il 2015. Le altre risorse saranno destinate agli incentivi per la produzione di energia elettrica tramite le biomasse, il fotovoltaico e l’eolico, che non potranno risolvere il problema energetico alla radice e nel contempo produrranno delusioni e costi esorbitanti. La differenza tra energia prodotta e il consumo di energia necessario al processo di produzione della stessa non è così consistente, come piuttosto viene fatto apparire per interessi particolari, per mode e per ignoranza. Almeno per l’Italia, per sostituire circa il 10 % del carburante per autotrazione con il bioetanolo, secondo i calcoli di Franco Battaglia riportati in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, occorrerebbe coltivare circa 50.000 kmq di territorio nazionale a mais, una superficie equivalente all’intera pianura padana. In Italia, inoltre, non sarebbe possibile coprire il territorio con decine di migliaia di turbine eoliche, sia per il deturpamento dell’ambiente, sia per l’inaffidabilità dei venti, sia ancora per la scarsa resa degli impianti. In Germania, ad esempio, dove sono state installate ben 18.000 turbine eoliche, si ricava appena il 5 % dell’energia consumata, e si corre sempre il rischio di black out a causa dell’incostanza dei venti. Proprio per questo, la Germania deve tenere in efficienza gli impianti tradizionali.

Emanuela Melchiorre

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