Declino ed internazionalizzazione delle piccole e grandi aziende italiane

 

di Emanuela Melchiorre – 29 marzo 2007

Il 22 marzo scorso si è tenuta a palazzo Marini, nella cornice di Piazza San Silvestro, a Roma, la conferenza dal titolo «I vantaggi dell’Italia» sul grado di internazionalizzazione delle imprese italiane e sulle prospettive che si aprono alle nostre piccole e medio-grandi imprese per via dei maggiori scambi commerciali con i nuovi mercati asiatici ed est europei. Tra i numerosi relatori intervenuti, invitati dalla Fondazione Rodolfo De Benedetti, si è distinto, per chiarezza e sagacia, l’interevento di Giulio Tremonti, Vice Presidente della Camera dei Deputati. Sarebbe stato interessante ascoltare anche l’intervento del ministro dello Sviluppo Economico, Pier Luigi Bersani, iscritto nell’agenda del convegno, che però non ha presenziato a causa, come l’ha definita il suo vice, della «questione fiducia» alla Camera dei Deputati in merito alle liberalizzazioni, che lo ha assorbito e gli ha impedito di partecipare.

I relatori, che hanno preceduto l’interessante tavola rotonda finale, hanno discusso in primo luogo se la teoria del declino economico dell’Italia sia in generale da considerare attendibile o se, piuttosto, non sia solo una teoria pessimista. È un dato di fatto che il reddito pro-capite italiano abbia seguito un trend decrescente dagli anni Ottanta ad oggi, come alcuni relatori hanno evidenziato, e che, con l’Unione monetaria europea, la crescita del pil pro-capite italiano sia stata più debole rispetto agli altri paesi europei (Francia, Germania, Inghilterra e Spagna). La relazione del ricercatore è stata però lacunosa sulle cause da ascrivere alla minore crescita relativa del reddito italiano.

Al riguardo, si può rilevare che la maggioranza dei commentatori economici sono concordi quando si afferma, ossia che sulla crescita del Pil italiano incide, in primo luogo, la produttività del lavoro, che ha avuto un andamento lento e molto basso in confronto agli altri grandi paesi economicamente avanzati, così come gli scarsi investimenti del nostro paese nel suo complesso in termini di tecnologia e in termini di R & D (ricerca e sviluppo). Un’altra causa sulla quale, invece, non tutti i commentatori sono concordi, è l’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria con la firma del Trattato di Maastricht, i cui parametri hanno tolto alla politica economica nazionale molti strumenti utili allo sviluppo e hanno imbavagliato la politica di bilancio e di investimenti pubblici nell’ambito di vincoli ristretti.

Ma l’aspetto ancor più grave è rilevabile nella mancanza dell’unione politica, perché, dato il primato della politica anche sugli aspetti economici e monetari, la politica monetaria è stata sottratta al parlamento e al governo per affidarla alla Banca centrale europea, definita indipendente, e cioè al di sopra dei parlamenti e dei governi. Da ultimo, va rilevato che la continua rivalutazione dell’euro in confronto al dollaro, dal canto suo, ha posto notevoli ostacoli alle nostre esportazioni extra-Ue.

Nell’ambito della conferenza si è riflettuto, più in particolare, sul fatto che una maggiore internazionalizzazione delle nostre imprese non sia un canale preferenziale di crescita. Si è evidenziata la struttura produttiva italiana divisa tra piccolissime aziende, per lo più a carattere familiare, piccole aziende per il mercato locale, medie aziende e anche aziende medio grandi la cui struttura della proprietà non è esclusivamente italiana. Per le prime, le aziende piccole o piccolissime, il canale dell’internazionalizzazione presenta notevoli difficoltà per gli elevati costi in termini di conoscenza dei nuovi mercati (gusti dei consumatori, legislazione locale, fiscalità locale ecc.) e in termini logistici (trasporto, stoccaggio delle scorte ecc.) qualora i nuovi mercati di sbocco siano molto lontani. Problemi, questi, che, per una realtà economica parcellizzata, costituiscono barriere all’entrata insormontabili. La soluzione, o una via da percorrere, è la cooperazione a più livelli fra più imprese che abbiano i medesimi obbiettivi di espansione. Un argomento caro a Tremonti è la tutela del «distretto industriale», che costituisce uno strumento utile nel contesto produttivo italiano prevalente. Inoltre, la penetrazione di nuovi mercati è favorita, in un contesto di piccola azienda, quando il servizio offerto è altamente specializzato.

Qualora siano, invece, le grandi aziende a internazionalizzarsi, non si discute più di cooperazione tra più aziende, ma il contesto rimane tradizionalmente di tipo competitivo. Resta da stabilire quanta parte della proprietà della grande azienda che opera sul nostro territorio sia italiana e quanta sia straniera, quanto quindi gli interessi delle aziende di grande dimensione coincidano con gli interessi di crescita del nostro paese o se, piuttosto, non prevalga la logica della specializzazione internazionale, che non favorisce necessariamente gli interessi nazionali.

La specializzazione internazionale riguarda anche il mercato del lavoro. La specializzazione del lavoro ha assunto carattere internazionale in seguito alla delocalizzazione della produzione, ovvero dell’implementazione di alcune fasi della produzione in paesi diversi dalla nazione d’origine, per sfruttare i vantaggi comparati in termini di costo. Nei paesi dove le fasi produttive sono a più alto livello qualitativo e specializzate saranno occupati i lavoratori con qualifiche più alte. Nei paesi dove le produzioni delocalizzate sono a più basso livello qualitativo o specialistico il lavoro sarà meno qualificato. Un caso emblematico della produzione italiana che delocalizza e incentiva la specializzazione internazionale del lavoro è il settore tessile, abbigliamento e calzaturiero, il c.d. «made in italy». Però, a fronte di una maggiore necessità di lavoro altamente qualificato nel nostro Paese non corrisponde un aumento degli investimenti delle aziende stesse nella formazione del personale e nell’assunzione di lavoratori altamente qualificati. Conseguentemente, i lavoratori in cerca di prima occupazione si trovano di fronte alla scomoda alternativa di dover accettare un lavoro non qualificato o a un percorso formativo su base puramente volontaria o, comunque, non adeguatamente retribuito.

In conclusione, il quadro complessivo del grado di internazionalizzazione delle aziende italiane risultato dai lavori della conferenza non è molto confortante. Carenza di investimenti in ricerca e sviluppo; formazione professionale ad alto livello, il c.d. «capitale umano»; andamento della produttività del lavoro in lento aumento e inferiore alle medie europee; ostacoli alla commercializzazione creati dall’apprezzamento della valuta europea, nonché concorrenza asiatica, sono tutti aspetti che non vanno sottovalutati per non perdere la sfida all’internazionalizzazione.

Emanuela Melchiorre

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