La riforma della pensioni

Condizioni essenziali sono l’aumento della produttività e della ricchezza nazionale

di Emanuela Melchiorre – 5 aprile 2007

A causa dell’allungamento della vita media della popolazione italiana che, dagli anni Settanta, ha caratterizzato le nuove generazioni, e, allo stesso tempo, a causa del lento procedere dell’economia italiana, che da decenni viaggia alla velocità di 1,5% circa di crescita annua del Pil, l’esigenza di una riforma del sistema pensionistico per garantire una maggiore sostenibilità è divenuta più evidente.

Il processo di revisione che è cominciato nel 1993, continuato con la riforma del 1995, non si è ancora concluso, nonostante l’ultima riforma del 2004. La lievitazione della spesa per le pensioni in relazione a determinati aspetti (le pensioni di invalidità, i trattamenti di reversibilità in favore del superstite del lavoratore, il maggior onere per le pensioni sociali connesso con l’abolizione del livello minimo per i trattamenti) ha imposto il ricorso, dopo la riforma del 1995, alla fiscalità generale. La spesa pensionistica cresce nel tempo: dal 5% del pil nel 1960 si è passati al 15% nel 2002. Come già accennato, l’allungamento della speranza di vita farà lievitare, anno per anno, questa spesa.

Sono state introdotte alcune innovazioni: gli incentivi finalizzati a ritardare il pensionamento per anzianità che hanno sostituito il sistema delle penalizzazioni nei confronti di chi lascia in anticipo il lavoro del regime precedente; traslazione nel tempo della data, dal 2008, in cui sarebbero stati presi in considerazione i nuovi requisiti di età, dai 60 ai 65 anni per le donne e oltre i 65 anni per gli uomini; il trasferimento del Tfr, Trattamento di Fine Rapporto, che maturerà dopo il 2008, ai fondi complementari di pensione o a società di assicurazione, a meno di un esplicito diniego del lavoratore, che incentiverà il sistema finanziario nazionale con l’ingresso di nuovi operatori e il consolidamento di quelli già operanti, che abbiano un orizzonte di investimento di lungo periodo, la c.d. previdenza integrativa. Quest’ultimo aspetto della riforma non risulta a nostro avviso concluso, in quanto un’espansione della previdenza complementare e di operatori privati non può prescindere dall’introduzione di un fondo centrale di garanzia che possa appunto garantire i privati risparmiatori contro il rischio di fallimento di qualche fondo integrativo. Al tempo stesso però permette al lavoratore la diversificazione dei rischi, garantita dalla coesistenza di due pilastri che sorreggano il sistema pensionistico, uno privato a capitalizzazione e uno pubblico a ripartizione, anche se la componente pubblica avrà un peso più importante.

Ciò premesso, e sorvolando sui complessi calcoli attuariali e finanziari, occorre osservare che le condizioni essenziali sono l’aumento della produttività e della ricchezza nazionale, altrimenti non c’è stima previdenziale che concili aspettative con realtà. Parimenti importante è l’osservazione delle tavole della speranza di vita. Nel 1930, ad esempio, un lavoratore che andava in pensione a 65 anni di età viveva in media altri 12 anni. Nel 1981 aveva la speranza di godere della pensione per altri 13 anni e mezzo. Nel 2002, lo stesso lavoratore ha la speranza di godere della pensione per circa 17 anni. È ovvio l’aumento della spesa per pensioni al crescere della speranza di vita.

Emanuela Melchiorre

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: