L’età della pietra non è finita perché mancavano le pietre

di Emanuela Melchiorre – 7 aprile 2007

Mentre l’Europa lotta contro i mulini a vento, è proprio il caso di dirlo, delle fonti alternative – eolica, fotovoltaica e da biomasse -, una voce si leva dal coro e afferma che la vera fonte energetica alternativa alle tradizionali (olio, gas e idroelettrica) è il nucleare. È successo la settimana scorsa, nello splendido scenario di Piazza della Minerva a Roma, dove Michael C. Lynch, presidente del SEER (Strategic Energy and Economic Research), uno dei maggiori economisti dell’energia nello scenario mondiale, è intervenuto ad una tavola rotonda sulla sicurezza energetica, organizzata dall’Istituto Bruno Leoni, alla quale hanno partecipato non solo esponenti ambientalisti, come Edoardo Zanchini (Responsabile politiche ambientali, Legambiente), e simpatizzanti come Daniele Capezzone (deputato, Rnp; presidente Commissione Attività produttive), ma anche economisti e politici, come il senatore di An Luigi Ramponi e il direttore generale del Ministero dell’Ambiente Corrado Clini, favorevoli alle fonti energetiche tradizionali.

Posto che, come ha ribadito Lynch, il mito dell’esaurimento delle risorse e, in particolare, le tesi sull’esaurimento delle risorse petrolifere sono scientificamente screditate, occorre oggi stabilire non tanto quanto petrolio avremo ancora a disposizione per noi e per le future generazioni, ma al contrario l’unico interrogativo valido oggi, sul piano della politica interna, è quale sia la fonte energetica più economicamente vantaggiosa, ovvero che possa produrre energia sufficiente per fare fronte alle esigenze energetiche di una nazione e che sia a bassi costi. Occorre quindi passare a sistemi di produzione alternativi, a più alto utilizzo di tecnologia e che abbiano rendimenti elevati e bassi costi. In effetti, l’età della pietra non è finita perché mancavano le pietre!

Sul piano della politica estera è rilevante notare che la dipendenza da un numero ristretto di fornitori per gli approvvigionamenti energetici pone qualsiasi paese di fronte alle conseguenze della fluttuazione dei prezzi di mercato dei prodotti energetici e, quindi, dei costi di produzione. Tale dipendenza, inoltre, lega le sorti dello sviluppo di una nazione ai piani di espansione delle nazioni produttrici. Nonostante il parere contrario di Angelantonio Rosato, della rivista Limes, intervenuto all’incontro, è utopistico pensare di poter influire sulle scelte del Cremlino per il semplice fatto che la Russia possa costituire anche un nuovo mercato per gli investimenti in campo energetico. È notorio, infatti, che gli investimenti che la Russia concede agli stranieri sono una quota minoritaria e seguono la logica della centralizzazione del potere in capo al Cremlino. È notorio, altresì, che i capitali che la Russia permette di far circolare nel suo Paese sono solo strumentali all’innovazione tecnologica dei propri impianti di estrazione e di distribuzione.

La Russia si sta legando, inoltre, mediante accordi internazionali, con più aree geografiche: Algeria, Iran e Cina. Applica, in tal modo, un’attenta politica di diversificazione della domanda di energia e, allo stesso tempo, consolida i rapporti con l’altro produttore di gas strategico per l’Europa, l’Algeria. Il prossimo 9 aprile si riuniranno a Doha (in Qatar) alcuni paesi del Gas Exporting Countries Forum, un club formato da 16 paesi che detengono il 73% delle riserve mondiali di Gas e il 41% della produzione, sorto a Teheran nel 2001. A tale forum parteciperanno, in particolare, la Russia, l’Iran, l’Algeria, il Quatar e il Venezuela, con il dichiarato intento di costituire una struttura, una moderna Opec del Gas, che riunisca i principali esportatori mondiali di metano, per sfruttare il peso crescente che tali produttori stanno conquistando sul mercato mondiale.

A fronte di ciò, l’Europa si affida con ingenuità o con miopia all’eolica e al fotovoltaico, e non mette in pratica alcuna politica di diversificazione dell’offerta di energia, mediante la costruzione di rigassificatori (strutture che permettono di rendere gassoso il gas liquefatto alla fonte di produzione e, quindi, un approvvigionamento da un numero maggiore di produttori), né mediante la costruzione di impianti nucleari, eccezion fatta per la Francia e poche altre piccole eccezioni. Il settore dell’energia, sia del petrolio, che del gas, che del nucleare, è soggetto al vincolo tecnologico, ovvero occorre un massiccio impiego di capitali investiti in tecnologia per poter produrre energia, ma anche per poterla distribuire. Per questa sua caratteristica occorre che le politiche di sicurezza energetica siano prese a livello comunitario e non solo a livello nazionale. L’Europa, fino a quando non deciderà di perseguire una politica energetica interna economicamente valida, abbandonando finalmente le forvianti mode ambientaliste, resterà ancora a lungo sotto il giogo russo.

Emanuela Melchiorre

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