Politica monetaria della Bce e competitività dell’eurozona

 

di Emanuela Melchiorre – 28 aprile 2007

L’orgoglio del banchiere centrale della Bce è stato solleticato ancora una volta dai risultati delle fluttuazioni del mercato dei cambi, che hanno portato l’euro a quota 1,36 dollari, il picco più alto negli ultimi due anni. Il banchiere centrale ne ha fatto una questione di prestigio: quella di mantenere la moneta dell’euro-zona a valori elevati, di gran lunga sopravvalutati, rispetto alla moneta statunitense. Una moneta forte, però, trova una giustificazione quando esprime una economia forte. Gli alti valori dell’euro, invece, non trovano giustificazioni, poiché l’economia europea viaggia ad una velocità molto ridotta rispetto alle economie del Nord America e del resto del mondo. Ma questo aspetto non viene affatto preso in considerazione dal nostro banchiere centrale, il quale ha già minacciato ulteriori rialzi del tasso di riferimento europeo, fino a raggiungere il 4% (oggi siamo al 3,75%), che avranno come conseguenza un ulteriore apprezzamento dell’euro e un nuovo ostacolo alle esportazioni europee.

Il paradosso dell’euro ha delle forti analogie con l’escudo portoghese di Salazar. Infatti l’economia portoghese ai tempi di Salazar era una economia povera, ma l’escudo portoghese era invece una moneta forte. L’euro non è oggi espressione di una economia europea fiorente. Al contrario, la scarsa crescita economica è la conseguenza dei vincoli imposti dal Trattato di Maastricht e della condotta della Banca Centrale europea indipendente, il cui statuto non cala la moneta nella realtà del contesto economico. Ad esempio, nello statuto della Federal Riserve la difesa del dollaro è legata alla difesa dell’occupazione. Questo collegamento è assente nello statuto della Bce. Questo è stato un errore madornale, tanto che oggi il trattato di Maastricht non sarebbe approvato neppure in Germania, che ha voluto imporre all’Europa la sua visione monetaria.

Si è voluto legare, sotto il vincolo di una moneta comune, paesi con diverse velocità di crescita economica e dei prezzi, addossando alla moneta tensioni che alla lunga non è in grado di risolvere. Come più volte detto, sarebbe stato più proficuo creare l’unione economica europea e definire obbiettivi strategici comuni, tra cui la politica di incentivo agli investimenti e alla ricerca, la politica energetica comune, la piena occupazione in un contesto di crescita della produttività del lavoro. L’unione monetaria si sarebbe potuta realizzare in un secondo tempo e nel contesto dell’unione politica europea, senza la quale, occorre rimarcare, ogni unione monetaria è destinata al dissolvimento. Tra le conseguenze di aver invertito l’ordine dei problemi occorre annoverare la maggiore disoccupazione, la scarsa crescita economica e la dipendenza dagli approvvigionamenti extraeuropei di prodotti energetici.

Un euro forte significa un ostacolo alle esportazioni europee verso il resto del mondo, poiché il loro prezzo è più alto in termini di altre monete. Non deve stupire quindi che l’Europa stia subendo la concorrenza asiatica che invade il mercato internazionale con prodotti a basso costo, anche se di scarsa qualità. Ben più lungimirante, invece, è la politica economica e monetaria che gli Stati Uniti stanno portando avanti. Le fluttuazioni verso il basso del dollaro Usa incentivano le esportazioni statunitensi e permettono il riequilibrio della bilancia commerciale americana. Né si deve dimenticare che solo gli Stati Uniti battono moneta internazionale, alla quale nel bene e nel male tutti i paesi, Europa compresa, devono fare riferimento. Mutatis mutandi, era così anche al tempo dei secoli d’oro dell’Impero di Roma, la cui moneta arrivò al Golfo Persico e, per tale via, fino alla lontana Cina.

Emanuela Melchiorre

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