Il carosello è finito

 

di Emanuela Melchiorre – 20 maggio 2007

Il gruppo Mediaset, grazie ad una cordata partecipata da Telecinco, dal fondo Cyrte di John De Mol, da Goldman Sachs Private Equity e controllata da Mediaset al 50%, ha acquistato, per 2,6 miliardi di euro, il gruppo olandese Endemol, il leader mondiale di format, ovvero delle idee che riempiono di contenuti le Tv di tutto il mondo. La Endemol è una società con 3 miliardi di capitalizzazione che ha rapporti commerciali con 23 paesi. L’acquisto da parte di Mediaset di un simile colosso del settore audiovisivo costituisce un’operazione strategica da manuale. In un solo colpo il gruppo televisivo privato italiano è riuscito ad integrare verticalmente la propria produzione, acquistando la società che si occupa della produzione a monte della filiera audiovisiva e che produce il maggior valore aggiunto del prodotto televisivo. Allo stesso tempo ha diversificato e internazionalizzato la propria produzione.

Questa mossa strategica ha messo in seria difficoltà l’altro duopolista del mercato audiovisivo italiano, la Rai. La televisione pubblica è affetta da decenni di sostanziale immobilismo strategico. Come politica di gestione si è limitata, fino ad ora, ad acquistare i contenuti dei suoi programmi televisivi da terzi, dalle società del settore dei contenuti appunto, e non ha mai perseguito le vie della internalizzazione della produzione televisiva. Internalizzare, in questo caso, significa coltivare al proprio interno un gruppo di creativi che abbia lo scopo di produrre nuovi format e riempia di contenuti la televisione pubblica italiana, magari perseguendo gli obbiettivi di un servizio pubblico, come la diffusione della cultura, delle tradizioni italiane, della educazione e dell’orientamento, dell’informazione obbiettiva, nonché del divertimento secondo canoni accettabili dalla famiglia.

Solo di recente la Rai ha avviato un processo di digitalizzazione degli archivi dei propri filmati televisivi, ovvero un archivio digitale delle trasmissioni passate. Mediaset agisce nell’ambito del digitale già da molto tempo. La digitalizzazione è una via obbligata per una televisione che vuole agire nel multimediale, ossia tramite tutte le tipologie dei media (internet, telefonia mobile, televisione satellitare e via dicendo). Mediaset, grazie all’acquisto di Endemol, si è assicurata la produzione di format che hanno come caratteristica la multimedialità. È un esempio emblematico di un simile format il Grande Fratello, la trasmissione che ha reso nota in tutto il mondo la Endemol, e che in Italia è trasmesso nella televisione generalista, ossia tradizionale, Canale 5, in quella satellitare e a pagamento, sui cellulari e videofonini, ed è anche una rivista in edicola.

È stato curioso assistere alle reazioni che hanno avuto vari esponenti della sinistra italiana a questa eclatante acquisizione di Mediaset. Innanzitutto, il cda della Rai ha defenestrato il consigliere Angelo Petroni, di nomina del centro destra, senza una giustificazione né su basi economiche, né su basi giuridiche da parte del ministro Padoa Schioppa. Nel giro di poco tempo c’è stata la dichiarazione della Annunziata che non condurrà più la trasmissione «½ ora», che va in onda ogni domenica su Rai tre alle 14.15, poiché, ella dice, si tratta di una trasmissione il cui format appartiene appunto alla Endemol e si rifiuta di essere una dipendente, anche se per via indiretta, dell’odiatissimo Silvio Berlusconi.

L’unica voce densa di contenuto che abbiamo ascoltato, in questi giorni caratterizzati dal panico scoppiato nell’universo Rai in seguito alla notizia dell’acquisizione, è stata quella di Minoli, direttore di Rai educational, intervistato durante la rubrica Caffè della mattina su rainews 24 (Rai tre). Egli, infatti, fa un mea culpa riguardo l’immobilismo della televisione pubblica e sostiene l’eccessiva politizzazione del cda della Rai. Sostiene, infatti, che un cda politico deve entrare nell’ambito della gestione della Rai solo limitatamente agli indirizzi generali, ovvero nell’individuare gli obbiettivi di carattere generale e di interesse pubblico che una televisione pubblica deve perseguire. Al tempo stesso, un cda politico deve fare un passo in dietro rispetto all’attuale posizione, ammettendo di non essere in grado di gestire un’azienda.

La Rai si trova, quindi, oggi in una posizione di svantaggio competitivo rispetto a Mediaset, in quanto è costretta ad acquistare format dalla diretta concorrente, non producendone di propri in quantità soddisfacente. La Rai si è accorta che il «carosello» è finito! Le strade da perseguire oggi sono, a nostro avviso, molteplici. In primo luogo, può investire maggiormente nella formazione e nell’incentivo dei creativi che sono all’interno della stessa azienda, aumentando in tal modo le c.d. produzioni «in house», con un notevole risparmio per l’azienda. In secondo luogo, può perseguire la stessa strada intrapresa da Mediaset, ma questa volta a livello nazionale, integrando a vario titolo la filiera produttiva audiovisiva, acquistando o partecipando al capitale dei piccoli produttori di format nazionali. Questa seconda via avrebbe anche il vantaggio di incrementare la produzione nazionale del settore nel momento produttivo in cui si concentra maggiore valore aggiunto e, al contempo, favorirebbe l’occupazione.

Emanuela Melchiorre

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