La sfida della globalizzazione per aumentare stipendi e pensioni

 

Anche l’Ocse boccia l’Italia sulla riforma delle pensioni

di Emanuela Melchiorre – 9 giugno 2007

I dubbi espressi dal presidente del consiglio italiano, Romano Prodi, in merito alla riforma delle pensioni sollecitata dall’OCSE nel suo rapporto del 7 giugno scorso si giustificano solo perché il governo italiano non ha le idee chiare e la compagine ministeriale è sotto la pressione dei sindacati, i quali sono naturalmente portati alla conservazione. La riforma delle pensioni appare urgente, perché le condizioni economiche e sociali sono profondamente cambiate. A questo riguardo occorre precisare che esiste in modo incontrovertibile l’allungamento della vita media e da questo dato non si può prescindere. Ciò significa che la speranza di vita di un lavoratore che va in pensione a 60 anni di età ha oggi una probabilità di vita che si è allungata a 20 anni, contro dieci previsti dalle vecchie tavole di mortalità calcolate dall’Istat. In pratica, occorre adeguare il sistema pensionistico a sopportare gli oneri dell’allungamento del periodo di pagamento delle pensioni, con costi monetari e finanziari non indifferenti. In altre parole, occorre in media coprire gli oneri di circa dieci anni di pensione in più, oltre quelli calcolati con il sistema pensionistico attuale.

L’allungamento della vita media è stata una grande conquista sociale e si prevede che se l’umanità continuerà a produrre e a tutelare i cittadini dal punto di vista sanitario, i nati oggi avranno una speranza di vita di 120 anni. La società ha bisogno quindi di profonde modificazioni. Attualmente la copertura di questi oneri sarebbe facilitata dall’aumento del Pil annuale. Se il reddito nazionale italiano fosse aumentato in media negli ultimi venti anni di circa il 3 per cento l’anno, oggi molto probabilmente il problema delle pensioni non si sarebbe posto. L’imperativo di fondo è quello di produrre maggiore ricchezza in modo da effettuare una sua redistribuzione a vantaggio di tutti e soprattutto dei lavoratori e, in particolare, di quelli giovani.

Anche il problema dell’occupazione si risolve producendo di più. Invece, da oltre venti anni, salvo la parentesi del governo Berlusconi, la politica economica ha privilegiato la domanda anziché l’offerta di beni e servizi e, in particolare, la distribuzione e non la produzione, fino a distribuire l’inflazione, perché il reddito non aumentava adeguatamente, mentre i prezzi crescevano e sono continuati a crescere. Ne è derivato, tra l’altro, una sistematica perdita di produttività del lavoro, con la conseguenza che i nostri prodotti non sono concorrenziali. Una politica dell’offerta richiede, ovviamente, tempi lunghi e presuppone dosi massicce di investimento in beni capitali, da parte sia del settore privato, sia di quello pubblico, che, invece, ha visto, da molti anni a questa parte, la riduzione sistematica delle spese in conto capitale, non essendo stati in grado i governi di sinistra, come dimostra anche l’attuale, di ridurre le spese correnti.

Il problema delle pensioni comprende altri aspetti, compresi quello dei coefficienti e soprattutto quello della pensione integrativa, che può essere affrontato in vario modo senza però prescindere dalla costituzione di almeno un fondo centrale di garanzia, che protegga dai rischi dei fondi pensione privati. È però triste osservare che nell’epoca moderna, dominata dall’informatica e da altre nuove tecnologie, si preveda, come fa anche l’Ocse, diminuzioni e non aumenti delle pensioni. La globalizzazione non doveva condurre a questo risultato, che senza adeguati e tempestivi programmi rischia di livellare verso il basso gli stipendi e le pensioni dei lavoratori dei paesi industrializzati, quasi ad adeguarli a quelli dei paesi in via di sviluppo. Non sarebbe questo il modo migliore per innalzare il tenore di vita e la civiltà dei paesi del terzo mondo.

Non si deve dimenticare che l’impoverimento impedisce alla civiltà di crescere e all’umanità di progredire. Oltre alla globalizzazione, dobbiamo chiamare in causa anche l’Unione monetaria europea, che sembra mirare a una politica monetaria di prestigio tramite aumenti del costo del denaro, come è stato deciso dalla Banca Centrale Europea il 6 giugno scorso, con un altro aumento di un quarto di punto percentuale, che è così arrivato al 4 per cento. Questa politica, insieme con la pressione fiscale eccessiva, deprime le forze produttive della società. Non esistono ragioni, né politiche, né economiche, in base alle quali l’euro debba continuamente apprezzarsi sul dollaro, penalizzando le esportazioni e, per quanto riguarda l’Italia, accrescendo gli oneri del debito pubblico creato da oltre 25 anni di politica monetaria penalizzante l’offerta di beni e di servizi.

Emanuela Melchiorre

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