Una crisi annunciata

 

di Emanuela Melchiorre – 14 agosto 2007

Come avevamo da tempo previsto, scrivendo per le pagine di questo periodico della crisi del mercato immobiliare statunitense prima e della crisi finanziaria asiatica poi, la crisi finanziaria odierna, che fa discutere i giornali specializzati e gli esperti di tutto il mondo, si è già diffusa a livello planetario ed è iniziata dal mercato dei titoli derivati dai mutui, in maggior misura da quelli relativi ai subprime, ossia i mutui «di seconda scelta». È notizia di questi giorni che la Banca centrale europea e la Federal riserve hanno immesso, a più riprese, liquidità nei rispettivi mercati creditizi, per tentare di arginare la crisi dell’insolvibilità dei mutui subprime.

La reazione a catena, che è stata innescata dal mercato finanziario connesso al mercato immobiliare statunitense, ha seguito un percorso tortuoso, ma in parte prevedibile. Sono stati concessi con facilità e in grande quantità mutui ad una clientela a forte rischio di insolvenza. Tali mutui sono divenuti titoli venduti sul mercato mobiliare e acquistati da fondi di investimento specializzati nelle transazioni ad alto rischio, ma anche da fondi comuni di investimento, e quindi sottoscritti da comuni risparmiatori, tramite il canale delle cartolarizzazioni. Allo stesso tempo, il mercato immobiliare statunitense, in particolare, e quelli di tutti gli altri paesi industrializzati, hanno visto un forte incremento del prezzo di mercato degli immobili, in seguito ad atteggiamenti fortemente speculativi degli operatori economici. Si è creata e sviluppata una grande bolla speculativa, che come tutte le bolle prima o poi doveva scoppiare. C’è stata una dissociazione mai vista prima tra il valore reale delle abitazioni e il loro prezzo di mercato, che in molti casi si è triplicato senza alcuna giustificazione.

La rivendita a prezzi speculativi degli immobili acquistati con mutui ha fatto sì che venissero liberate risorse e, quindi, che la liquidità generale aumentasse e con essa anche il consumo e la produzione, ma anche il rifinanziamento del mercato creditizio. Il circolo vizioso si è spezzato nel momento in cui i tassi sui mutui sono cresciuti e il prezzo delle case ha cominciato a scendere. Molti debitori subprime hanno cominciato a fallire in seguito alla perdita di valore delle case usate a garanzia dei propri debiti. L’insolvenza di tali debiti, data la loro diffusione, ha comportato una crisi di liquidità dell’intero sistema creditizio.

È presumibile pensare che gli effetti delle crisi di liquidità avranno ripercussioni anche nei «fondamentali», ossia nell’economia reale e della produzione. Infatti, il mercato immobiliare ha una natura di forte correlazione con gli altri mercati della produzione e dei servizi. Il cosiddetto «moltiplicatore> del settore delle costruzioni è molto elevato. Come si diceva una volta «quando la casa va, tutto va». L’indotto sia a monte che a valle è di grandi dimensioni. Il crollo della produzione di immobili potrebbe avere forti ripercussioni su tutta l’economia reale. La sensazione che si ha, inoltre, è che i mercati finanziari siano divenuti molto volatili e progressivamente più correlati tra loro, in seguito alla sempre più frequente pratica dell’investire in borsa, al «fare finanza» da parte degli imprenditori, ma anche da parte di piccoli risparmiatori, sicuramente disinformati e inesperti.

In una situazione di allarme, come quella attuale, due fatti salienti di cronaca monetaria ci fanno trasalire per la loro irresponsabilità e per gli effetti perversi che potrebbero generare. Il primo riguarda l’intenzione del nostro Governo di vendere le riserve auree della Banca d’Italia per fare fronte al debito pubblico. Inutile sottolineare quanto tale mossa abbia fatto perdere la faccia all’Italia di fronte all’intera Europa. Una simile pratica è, infatti, contraria al Trattato di Maastricht, che per quanto quest’ultimo sia d’ostacolo alla crescita dell’economia italiana, come più volte sottolineato, costituisce comunque un trattato sottoscritto e accettato dal nostro Paese e che, nel bene o nel male, va rispettato o altrimenti, come ci auguriamo presto, cambiato, ma comunque mai infranto. Dobbiamo, quindi, registrare un’altra bocciatura in sede comunitaria, che ironicamente è causata dalle illogiche scelte di politica monetaria ed economica proprio di colui il quale ricoprì la carica di presidente della Commissione europea. Sullo stesso piano deve essere posto il ministro dell’Economia, ex vicedirettore generale del nostro istituto di emissione ed ex membro del consiglio della Banca centrale europea. Non molto tempo fa fu definito il peggiore ministro dell’economia nell’ambito dell’eurozona.

Il debito pubblico italiano non può, inoltre, essere colmato dalla vendita delle riserve auree della Banca d’Italia poiché, oltre al vincolo di Maastricht (art. 105 del Trattato europeo), l’Italia è vincolata anche dal Central Bank Gold Agreement (Cbga), firmato nel settembre 2004 dalla Bce e da 14 delle Banche Centrali europee (Italia inclusa), che permette di cedere un massimo di 500 tonnellate di oro all’anno. La vendita di parte delle riserve auree effettuata dalle banche centrali aderenti alla Bce si inquadra nel contesto dell’euro, moneta più stabile delle singole ex monete nazionali, e che quindi non richiede le ingenti riserve accumulate nel passato dalle suddette banche centrali a difesa della propria moneta.

Dalle ultime statistiche risulta che nel 2007 siano state già vendute 294 tonnellate, altre 206 sono cedibili fino al prossimo settembre, quantità quest’ultima del tutto insufficiente per colmare il debito pubblico, come erroneamente sostenuto dal Governo. Inoltre, le vendite di oro seguono una prassi che ha confini ben precisi: i proventi delle vendite, che possono essere effettuate solo in piena autonomia dalla Banca centrale, entro i limiti del Gold Agreement del 2004, debbono essere reinvestiti in titoli di Stato, una voce che comporta un reddito in termini d’interesse. Questo reddito sarebbe l’unica parte iscritta al conto profitti e perdite della Banca centrale nazionale e, a fine esercizio, trasferita al Tesoro. In sostanza la vendita di riserve auree non farebbe altro che aumentare il debito pubblico e il carico degli interessi. Per ridurre il debito pubblico non c’è che una via, ridurre le spese correnti che al contrario, con l’attuale Governo, sono lievitate sensibilmente, sia a livello centrale che a livello locale.

Ma la chiave di volta per ridurre il peso relativo del debito pubblico rimane sempre la crescita del sistema economico italiano almeno del 3 per cento in media l’anno e il recupero della produttività del lavoro e della produttività totale. Per la cronaca, giova ricordare che la spirale del debito pubblico italiano fu innescata dal divorzio fra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981 e successivamente con l’internazionalizzazione di detto debito con l’emissione di titoli della Repubblica italiana piazzati a Londra al tasso del 9 per cento per la durata di trent’anni. Gli autori di questi misfatti economici non sono stati mai puniti e nemmeno rimproverati, protetti dai cosiddetti «poteri forti».

Grazie all’agire tempestivo della Bce, che ha posto il veto alla vendita delle riserve auree, si è risolto questo angoscioso problema e la Banca d’Italia potrà ancora disporre dello strumento che garantisce l’immissione di liquidità nel mercato creditizio tramite il meccanismo del moltiplicatore monetario keynesiano. La stessa Banca centrale europea ha però minacciato, ancora una volta, di alzare i tassi di interesse a settembre, per tutelare l’economia europea dal rischio di inflazione. Vale la pena sottolineare che la situazione attuale di crisi finanziarie a catena, che stanno tormentando le borse di tutto il mondo, è stata innescata proprio dall’aumento del tasso di interesse sui mutui immobiliari, pertanto una scelta tanto intempestiva di aumentare ulteriormente i tassi di interesse equivarrebbe a gettare benzina sul fuoco dell’esplosione della bolla speculativa. Ma va anche detto che le bolle speculative debbono scoppiare e bene sarebbe non farle sorgere o almeno farle abortire appena si manifestano.

Sono, invece, confortanti le scelte e le parole di Bernanke, il governatore della Federal Riserve, il quale ha scelto di non aumentare i tassi di interesse e sostiene che, nonostante le avversità finanziarie, i fondamentali dell’economia statunitense «tengono», nel senso che l’economia statunitense non mostra segni evidenti di cedimento e che continua a crescere anche se non più a tassi elevati. Siamo di fronte a un rallentamento dell’economia internazionale e l’Italia non riuscirà a conseguire l’incremento del Pil contrabbandato dal governo. Non ci resta che augurarci che le previsioni del governatore della Fed siano corrette e che le aspettative degli operatori economici non siano realmente invertite, ossia che quelli che Keynes chiamava gli animal spirits continuino a credere nella crescita mondiale.

Emanuela Melchiorre
 

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