SPESA IN RICERCA E SVILUPPO IN ITALIA

Confronto deludente. Ne ha sofferto l’aumento della produttività

 

di Emanuela Melchiorre

 

Il nostro paese, noto anche perché patria, almeno un tempo, di geni, di ingegneri, di architetti, di musicisti, di navigatori e di poeti, è oggi uno dei paesi che al mondo che investe una percentuale irrisoria delle proprie risorse nella ricerca e nello sviluppo delle proprie potenzialità. È questa la sconfortante conclusione a cui si giunge dando semplicemente una occhiata alle tavole statistiche Ocse (Organizzazione mondiale per lo Sviluppo e la Cooperazione economica).

 

Da anni ormai impieghiamo poco più dell’uno per cento delle nostre risorse nazionali italiane nelle spese per  la ricerca e lo sviluppo, tanto da essere appena al venticinquesimo posto nella graduatoria dei paesi Ocse. Il paese che destina il maggior numero di risorse alla ricerca è la Svezia, specialmente nell’ambito tecnologico con la Ericsson, seguita dalla diretta concorrente, la Finlandia, con la sua Nokia.

 

Non stupisce che le poche risorse che il nostro paese destina alla ricerca diano scarsi risultati. Sempre considerando un quadro mondiale si può osservare, infatti, che il primo paese che produce un maggior numero di brevetti sono gli Stati Uniti, con la sua Silicon Valley, dove è nata, tra l’altro, la società Google. Segue a ruota il Giappone. In Europa, la Germania è il paese che ha realizzato quasi sette mila brevetti l’anno nel quinquennio 2000-2004. È seguita, a grande distanza, dalla Francia e dal Regno Unito. L’Italia ha prodotto meno di mille brevetti l’anno (800 circa) come media di periodo considerato.

 

In particolare, per l’Italia, se consideriamo i classici settori di attività economiche che investono in ricerca e sviluppo, dai dati Istat risulta che le Pubbliche Amministrazioni, e in maggior misura proprio gli enti di ricerca, hanno ridotto le loro spese nell’attività R&S, seguendo un trend decrescente dal 2000 al 2004. Le imprese, al contrario, dopo un periodo di flessione negli investimenti in ricerca, hanno invertito il loro trend di spesa aumentandono notevolmente (circa del 7,5 per cento nel 2004 rispetto alle spese del 2003, e di un ulteriore 5 per cento circa nel 2005, rispetto al 2004).

 

La maggiore spesa delle imprese in ricerca si canalizza però solo in pochi settori di utilizzo. Nell’arco di tempo che va dal 2002 al 2003 (secondo i dati Istat disponibili) il settore della plastica e della gomma è quello che ha beneficiato di maggiori investimenti in R&S. Anche nei settore di alcuni servizi (banche, assicurazioni e intermediazione finanziaria ecc.) le imprese hanno investito più del 10per cento del totale delle spese R&S. L’informatica, al contrario, ha visto una caduta di più del 30 per cento delle spese da parte delle aziende nel settore

. 

Sempre in Italia, il maggior numero degli occupati, nell’ambito della ricerca, si concentra nelle attività manifatturiere (circa il 70 per cento dell’intera occupazione del settore). Per contro, i ricercatori occupati nel manifatturiero si sono ridotti di circa il 5 per cento. I servizi finanziari e creditizi hanno visto aumentare l’interesse delle imprese nella ricerca di nuovi mezzi finanziari e creditizi, presentano anche un incremento occupazionale di ricercatori dal 2002 al 2003 di circa il 5 per cento. Ma il settore che mostra un incremento notevole nei due anni considerati è il comparto delle costruzioni.

 

Lo scarso impegno dell’Italia nell’ambito degli investimenti in R & S non è una questione dell’ultimo quinquennio, ma risale a molti anni indietro, con riflessi sulla produttività del lavoro, specie nell’industria. Si può indicare, al riguardo, una tendenza al minor incremento della produttività in relazione sia al rallentamento dell’economia fin dall’inizio degli anni Ottanta, sia alle regole del Trattato di Maastricht che hanno costretto i vari paesi dell’unione a politiche di contenimento delle spese pubbliche in conto capitale e l’incapacità a contenere le spese correnti. Secondo Giancarlo Morcaldo (Una politica economica per la crescita, 2005), dalla metà degli anni Novanta, a fronte di un più ampio ricorso in termini di qualità e quantità di lavoro e capitale, non si sarebbero accompagnati avanzamenti significativi nel contesto esterno e negli assetti organizzativi delle imprese. «I limitati progressi realizzati non hanno consentito il pieno utilizzo delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie produttive. Ne è derivato un aumento della c.d. X-inefficiency, cioè della distanza delle nostre imprese dalla frontiera dell’efficienza produttiva».

 

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