La sfida del governo che verrà

 

di Emanuela Melchiorre – 20 novembre 2007

Nello splendido scenario di piazza della Minerva a Roma, è stato presentato nella scorsa settimana il libro di Giancarlo Morcaldo, Dirigente superiore della Banca d’Italia, alto consulente del Governatore, dal titolo Intervento pubblico e crescita economica: un equilibrio da ricostituire. Il volume contiene un’esauriente panoramica dello scenario economico italiano degli ultimi cinquant’anni, e ha messo in luce pregi e difetti delle politiche economiche poste in essere dai governi che si sono succeduti. L’autore ha inoltre rilevato come molti mali dell’Italia risalgano addirittura agli anni Settanta, come se il passaggio della generazione della ricostruzione dopo la 2a Guerra Mondiale alla nuova abbia evidenziato la mancanza di uomini e di idee. In altri termini, sono state abbandonate le politiche dell’offerta e si sono seguite quelle della domanda. Si è pensato, cioè, alla distribuzione del reddito senza curarne la produzione.

Il libro è stato presentato Giulio Andreotti e da Antonio Marzano, attuale presidente del CNEL. Il dibattito ha messo in evidenza lo scarso ricorso dell’attuale governo alle spese pubbliche per investimenti, spese propulsive di sviluppo e di crescita e l’eccessivo ricorso alle spese correnti, infruttuose da un punto di vista della crescita economica e principale causa della lievitazione del debito pubblico. In particolare la discussione ha toccato temi teorici, quali la politica della spesa pubblica secondo la teoria keynesiana.

Da anni ormai impieghiamo poco più dell’1% delle nostre risorse nazionali nelle spese per la ricerca e lo sviluppo, tanto da essere appena al venticinquesimo posto nella graduatoria dei paesi Ocse. Lo scarso impegno dell’Italia nell’ambito degli investimenti in R&S non è una questione dell’ultimo quinquennio, ma risale ad alcuni decenni fa, con riflessi sulla produttività del lavoro, specie nell’industria. Si può indicare, al riguardo, una tendenza al minor incremento della produttività in relazione sia al rallentamento dell’economia fin dall’inizio degli anni Ottanta, sia alle regole del Trattato di Maastricht che hanno costretto i vari paesi dell’Unione a politiche di contenimento delle spese pubbliche in conto capitale e l’incapacità a contenere le spese correnti. Dalla metà degli anni Novanta, a fronte di un più ampio ricorso in termini di qualità e quantità di lavoro e capitale, non si sarebbero inoltre accompagnati avanzamenti significativi nel contesto esterno (il c.d. ambiente imprenditoriale) e negli assetti organizzativi delle imprese (le c.d. innovazioni di processo). Ne è derivato un aumento della X-inefficiency, cioè della distanza delle nostre imprese dalla frontiera dell’efficienza produttiva.

Rispetto ai principali paesi dell’Unione europea, inoltre, i livelli retributivi in Italia sono i più bassi. Secondo i dati dell’Eurostat, la retribuzione media oraria è di un valore inferiore del 30-40% ai valori di Francia, Germania e Regno Unito, mentre il tasso di occupazione italiano è il più basso rispetto ai maggiori paesi europei, Spagna compresa (Grafico).

Riguardo alla produttività del lavoro, lancia l’allarme anche l’Unione europea, che individua in Italia e in Spagna i fanalini di coda dell’Europa dei grandi. È quanto afferma il Rapporto 2007 sull’economia dell’Unione del commissario agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia. Di questo aspetto se ne accorge anche il nostro strabiliante ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, il quale constata, dopo un anno e mezzo di governo, che il principale ostacolo alla crescita economica italiana è l’insufficiente capacità della nazione di essere «competitiva in termini di produttività». C’è da chiedersi come potrebbe essere diversamente se fino ad ora il governo ha inanellato misure, come l’aumento delle imposte e il rinvio dei lavori pubblici, capaci soltanto di ridurre gli investimenti e di spingere i capitali a uscire dall’Italia.

La legge finanziaria, che ha superato l’approvazione al Senato ed ora attende il giudizio della Camera, è ricca di stravaganti rivoli finanziari, finalizzati alla sovvenzione di altrettanto stravaganti spese. Fa specie il finanziamento per le famiglie che iscrivono il figlio, magari «bamboccione», in palestra o che intendono acquistare il frigorifero, usufruendo della rottamazione caldeggiata dal governo. Con simili rimedi non sembra possibile che l’attuale governo possa fare fronte al nostro ritardo tecnologico e produttivo. Non resta che augurarci che la conclusione di questa legislatura arrivi presto e che il futuro governo, auspicabile per la prossima primavera, si prenda carico delle difficoltà che l’Italia presenta nel sostenere la concorrenza internazionale.

Emanuela Melchiorre

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One Response to “La sfida del governo che verrà”

  1. Ciao Emanuela, grazie per l’invito accettato, complimenti per la persona che sei.
       buona serata.

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