Le libertà perdute

 

di Emanuela Melchiorre – 24 novembre 2007

Da molti anni sembra essersi affievolita la reazione al regime fascista che, unitamente ad altri fattori positivi, ha ispirato, nell’immediato dopoguerra, alcuni principi fondamentali posti a base della carta costituzionale. Non tutti gli istituti nati su quell’onda emotiva, però, si sono dimostrati nel tempo interamente positivi. Gli esempi più evidenti di una reazione esagerata all’odiato regime fascista sono un parlamento costituito da due camere con identiche funzioni e composte da troppi membri, produttore di innumerevoli leggi e di spese illimitate; un presidente del consiglio dai poteri limitati e un governo caduco e privo del pieno controllo delle spese pubbliche; un potere oltremodo frammentato fra governo, regioni, province e comuni; una magistratura completamente autonoma e spesso in contrasto con il governo; un’originaria legge elettorale proporzionale pura.

Effetti certamente positivi ha prodotto, invece, la riaffermazione di alcune libertà fondamentali. Si tratta, fra le più importanti, delle libertà economica, di pensiero e di parola, di informazione, di circolazione, della tutela della proprietà e della sfera privata, dell’inviolabilità del domicilio. Tali diritti, riaffermati dalla Costituzione, avevano restituito al cittadino una sensazione di generale libertà e posto giusti limiti alla tentazione dello stato di sacrificare la dignità dei singoli. Sennonché, lentamente, e quasi impercettibilmente, è iniziato, ad un certo momento, un processo contrario, che, limitando progressivamente le libertà riconosciute come sacre e inviolabili, sta sempre più riaffermando una preponderanza delle esigenze dello stato, che di fatto restringono il campo delle libertà costituzionali.

Prima fra tutte le limitazioni è la crescente pressione fiscale, che tende inesorabilmente a superare la metà del reddito prodotto, se è vero che lo stato incassa attualmente il 43,1% del Pil e che stima intorno ad un ulteriore 25% la quota che ne dovrebbe ancora prelevare, perché frutto di evasione fiscale secondo le leggi attuali. A fianco di questa macroscopica limitazione dell’attività economica dei cittadini, un processo più capillare di compressione delle scelte si è sviluppato in modo sempre più intollerabile. Già la riforma sanitaria, iniziata negli anni Settanta, che pure ha esteso il diritto alla salute a tutti i cittadini, ha comportato, con l’obbligo di scegliere il medico di base solo nell’ambito del luogo di residenza, una prima obbiettiva difficoltà a curarsi per chi abiti provvisoriamente, per necessità familiari o per motivi privati, fuori sede. Le varie riforme scolastiche successive al ‘68, privilegiando la scuola pubblica a discapito dell’insegnamento privato, hanno creato di fatto una sorta di monopolio, di sclerosi e di decadimento della cultura.

Rotti gli argini del rispetto della libertà di scelta dell’individuo, una serie continua di norme specifiche ha contribuito a limitare, con crescente accanimento, l’ambito di autonomia dei singoli, con lo scopo prevalente, anche se non sempre dichiarato, di sottrarre ad essi quote crescenti di disponibilità finanziarie, da consegnare ad uno stato sempre più inefficiente e spendaccione. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti. Basti ricordare le continue limitazioni alla libertà di circolazione nel territorio nazionale poste dai pedaggi per l’ingresso nelle autostrade, dalle zone a traffico limitato nei centri cittadini, dalle strisce blu, che creano aree di sosta riservata o a pagamento, dai tickets stabiliti per l’ingresso delle autovetture in alcune città.

Si può aggiungere il peso crescente dei numerosi provvedimenti che, in contrasto con la tanto decantata tutela della privacy, garantito dall’articolo 13 C., hanno consentito di tappezzare di autovelox le strade nazionali, di installare videocamere su migliaia di semafori e per delimitare le zone a traffico limitato. Si può citare il timore diffuso di parlare in libertà con familiari, parenti o amici al telefono o anche nel proprio ufficio o domicilio, perché forte è il rischio di intercettazioni telefoniche o ambientali, limitatrici della libertà di comunicazione. Crescenti sono anche i limiti alla libertà di informazione, di cui all’art. 21 C., posti dalle ricorrenti minacce di sanzioni ai giornalisti che violino il segreto istruttorio, e dai divieti posti ad alcuni di essi di partecipare a trasmissioni televisive, o dagli ostacoli ai politici di svolgere libera propaganda elettorale, per rispetto del principio illiberale della par condicio.

Pesanti stanno diventando anche i limiti all’attività economica posti con l’obbligo agli istituti di credito di comunicare all’amministrazione finanziaria i movimenti contabili dei loro clienti, con gli obblighi di emettere assegni non trasferibili e con i divieti di effettuare in contanti numerosi pagamenti. Grave appare, d’altra parte, l’attentato alla proprietà privata ed alla inviolabilità del domicilio da parte di alcune sentenze della magistratura, che affermano che le occupazioni di immobili da parte di persone in stato di bisogno non costituisce più reato. Esagerata è, infine, l’ordinanza del comune di Napoli (!) che vieta di fumare anche nei parchi pubblici, all’aria aperta, considerando ciò una minaccia all’igiene ambientale. Purtroppo esistono numerose persone che non si accorgono ancora che tale processo di privazione delle libertà sta dilagando o che lo giustificano troppo facilmente con la necessità di difendere il bene comune. Ma è importante rimarcare con forza il fatto che le eccessive privazioni delle libertà personali a causa della ragion di stato hanno spesso costituito la premessa per la rinascita di uno stato autoritario.

Emanuela Melchiorre

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