Scenari di povertà sempre più diffusa

comparso su Finanza Italiana, novembre – dicembre 2007 e su www.finanzaitaliana.net

 

Dal Rapporto Acri, diffuso in occasione della Giornata del Risparmio, è emerso che meno di un terzo della popolazione riesce ormai a risparmiare


di Emanuela Melchiorre

Dal rapporto Acri (Associazione di fondazioni e di casse di risparmio), esposto durante la Giornata mondiale del risparmio, è emerso che circa il 40% di una popolazione campionaria di 975 individui non risparmia, consumando, nell’arco del mese l’intero reddito percepito, mentre poco più del 30% della stessa popolazione riesce a risparmiare. Il 20%, invece, deve ricorrere ai risparmi accumulati in precedenza per sostentarsi. Infine c’è un 10% circa che deve ricorrere a prestiti. È questo un quadro allarmante, anche se su base campionaria, della situazione finanziaria delle famiglie italiane attuale. In generale, a causa dell’introduzione dell’euro e del mancato adeguamento delle retribuzioni all’inflazione, che se pure strisciante, anno dopo anno ha eroso le retribuzioni, è diminuito il potere di acquisto dei redditi dal lavoro e tante famiglie non riescono a sbarcare il lunario. Di conseguenza, non solo è diminuito il risparmio, ma sono aumentati i debiti, anche attraverso il credito al consumo, facilitato dalla grande distribuzione. A questo stato di cose ha contribuito anche la facilità di accesso ai mutui per l’acquisto dell’abitazione.
Dai dati della Banca d’Italia è emerso, infatti, che gli italiani hanno aumentato, soprattutto in questi ultimi anni, il ricorso all’indebitamento e con essi sono aumentati anche i costi del servizio del debito, la cui voce principale è costituita dagli interessi passivi.

È evidente che si sono modificate le preferenze degli italiani, notoriamente risparmiatori. Soprattutto sembra che i risparmi dei giovani siano inesistenti. D’altra parte, i loro stipendi non si sono adeguati ai nuovi prezzi saliti alle stelle dopo l’introduzione dell’euro e per la spinta dell’inflazione interna e internazionale.
Oggi il valore reale dei redditi da lavoro si riduce e impone livelli qualitativi di vita sempre più bassi, a causa, anche, dell’inflazione importata, dovuta all’alto prezzo dell’energia che, a dispetto di un euro forte, tende ad aumentare, e dell’inflazione endogena al sistema nazionale, dovuta all’aumento dei prezzi con forti accentuazioni nel comparto dei beni alimentari .

Il tasso di
disoccupazione

Altro aspetto preoccupante è il tasso di disoccupazione che, secondo le rilevazioni dell’Istat, si attesta al 5,7% nel secondo trimestre del 2007, ben lontano dal livello del 3,5% circa proprio della disoccupazione frizionale, ovvero della piena occupazione, che può essere raggiunta solo grazie a un tasso di crescita dell’economia almeno del 3% l’anno protratto per più anni, quindi superiore all’1,7% (stimato a settembre da Confindustria) per quest’anno, e dell’1,3% per l’anno prossimo.

Dal confronto internazionale con l’area dell’euro si constata che il tasso di occupazione italiano nell’ultimo decennio è il più basso rispetto ai maggiori paesi europei, Spagna compresa.

L’Istat rileva, inoltre, che dal secondo semestre 2006 ad oggi hanno rinunciato alla ricerca attiva di un lavoro per un "diffuso sentimento di scoraggiamento" ben 260.000 persone in Italia, in gran parte residenti nel Mezzogiorno.
Come accennato, cresce invece l’occupazione degli immigrati, che nei lavori domestici, nell’edilizia e nel lavoro agricolo trovano in prevalenza i mezzi finanziari adeguati per il sostentamento loro e delle loro famiglie in patria. Secondo l’indagine della Caritas-Migrantes crescono, infatti, i loro redditi e le loro rimesse all’estero. A tutto il 2006 gli immigrati, in prevalenza rumeni, marocchini e albanesi, hanno raggiunto la soglia dei 3,6 milioni di presenze, dislocati su tutto il territorio italiano, ma concentrati in prevalenza nelle aree urbane di Milano e Roma. Secondo i dati Inail, sono oltre 2 milioni (2.194.271) gli occupati nati all’estero che lavorano in Italia. Essi guadagnano in media 10.042 euro l’anno.
A questo dato se ne contrappone un altro che fa riflettere. Le famiglie italiane che dichiarano di avere molta difficoltà a “raggiungere la fine del mese”, ossia che il loro stipendio è insufficiente per il sostentamento della famiglia, sono arrivate alla soglia del 27%, vale a dire quasi un terzo della popolazione italiana. Non è difficile comprendere quanto una situazione tanto diffusa di difficoltà finanziarie non contribuisca favorevolmente al sereno menage familiare e alle aspettative per l’avvenire, specie considerando le aspirazioni per il futuro dei figli.

La diffusione
del precariato

Dalla trasformazione del mercato del lavoro, cominciata con la riforma Treu e continuata con quella Biagi, e quindi con l’introduzione di contratti coordinati e continuativi (Co.Co.Co.), di lavoro a tempo determinato, a prestazione occasionale e a progetto, il precariato, che doveva essere un regime transitorio, si è diffuso sproporzionatamente, senza che con esso siano stati introdotti anche ammortizzatori sociali adeguati per fare fronte ai periodi di inattività lavorativa. È praticamente successo come con la Cassa integrazione guadagni, che da strumento transitorio si è trasformato, almeno in Italia, in una forma di sottoccupazione quasi di lungo periodo.
La situazione che si presenta ai giovani, anche quando escono dall’Università, è la stessa possibilità di lavorare con un basso profilo qualitativo dei loro coetanei meno qualificati e per lo più con contratti a tempo determinato e mal retribuiti. Tali soluzioni offrono scarsi margini di autonomia economica e non consentono aspettative, né progetti o ambizioni. Contratti che prevedono periodi lavorativi di due o tre mesi, ma anche di due o tre anni, e che non garantiscono un continuum nel tempo, quindi un loro rinnovo immediato, non permettono ai lavoratori precari di assumere impegni finanziari che diano la possibilità di incominciare una vita in autonomia dalla famiglia paterna.

La vita reale
di un “precario”

Un esempio può giovare alla comprensione della gravità del fenomeno. Un giovane di 24 o 25 anni, appena laureato, che vive in famiglia, quindi l’esemplare di "bamboccione" secondo l’infelice definizione dell’attuale ministro delle finanze, Padoa Schioppa, che ottiene un contratto come quello descritto, che prevede una retribuzione lorda nel migliore dei casi di 1.100 euro, per un periodo di tre mesi o giù di lì, non può ottenere nemmeno un contratto di affitto, che normalmente prevede un anticipo di due mensilità. Anche nel caso in cui lo ottenesse, non potrebbe garantire il pagamento della locazione oltre i tre mesi previsti dal contratto di lavoro. La casa di proprietà diventa un mero sogno. Anche se istituti finanziari concedono oggi finanziamenti a lavoratori precari (quelli che negli Stati Uniti vengono chiamati mutui subprime), il medesimo contratto di lavoro, che ha un orizzonte temporale tanto breve, non garantisce al giovane lavoratore di poter onorare l’impegno finanziario stipulato. Tanto meno il giovane precario può risparmiare, come invece, pretenderebbe il nostro strabiliante ministro dell’economia.
Poiché la precarietà economica non permette di intraprendere progetti finanziari di lunga scadenza, anche gli altri aspetti della vita sociale ne risentono, con la conseguenza di una delimitazione degli orizzonti temporali degli stessi progetti sentimentali.
Il giovane precario, non potendo pensare al proprio sostentamento, troverà difficoltà a programmare una famiglia e una relazione stabile e duratura. Le difficoltà economiche, inoltre, non giovano alla serenità familiare. Molte famiglie, messe a dura prova da una esistenza economicamente difficile, finiscono col dividersi.
Non stupisce, perciò, che sia aumentato il numero delle convivenze mentre, con il concorso di altre cause, come la divisione dei beni in caso di separazione, sono in calo i matrimoni. La precarietà economica rischia sempre più di tramutarsi in precarietà affettiva e familiare.
Secondo la Banca d’Italia, "nell’ultimo decennio l’incidenza di impieghi temporanei tra i lavoratori dipendenti di età compresa tra i 25 e i 35 anni è raddoppiata rispetto al decennio precedente, raggiungendo il 17% del totale. L’entità complessiva del fenomeno della precarietà è tuttavia più ampia, poiché comprende i lavoratori classificati come autonomi, ma che prestano il loro lavoro secondo modalità e tempi caratteristici del lavoro dipendente. Tra questi la quota dei più giovani è elevata e sfiora il 45%". Ciò sta a significare che quasi la metà della popolazione giovanile italiana vive un’esperienza lavorativa di precariato prolungato.

Il “Generation gap”

Da studi della Banca d’Italia, inoltre, si constata che oggi le carriere dei neo-assunti sono meno rapide rispetto a quelle delle generazioni passate. In particolare, in un recente studio svolto da Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, "The generation gap: relative earnings of young and old workers in Italy", raccolto nella collana “Temi di discussione” della Banca d’Italia, lo stesso studio al quale ha attinto il Governatore Mario Draghi per il suo discorso a Torino all’Assemblea degli economisti e che ha suscitato le ire del Tesoro, si mette in evidenza che l’attuale generazione, negli ultimi anni, ha subito un sostanziale arretramento delle condizioni di vita rispetto a quelle godute dalle generazioni precedenti.
Il salario relativo dei lavoratori dipendenti più giovani si è ridotto nel corso degli anni Novanta. Infatti "alla fine degli anni Ottanta – sostiene lo studio – le retribuzioni nette medie mensili degli uomini tra i 19 e i 30 anni erano del 20% più basse di quelle degli uomini tra i 31 e i 60 anni; nel 2004 la differenza sale al 35%" a tutti i livelli di istruzione.
Tale perdita di reddito in valore reale tra le diverse generazioni, denominata "generation gap", risulta in larga parte permanente. Infatti l’aggiustamento delle retribuzioni è stato asimmetrico, penalizzando maggiormente le prospettive dei lavoratori neoassunti rispetto a quelle dei lavoratori già impiegati, in un quadro di generale moderazione salariale.

Il confronto
internazionale

Nel confronto internazionale, rispetto ai principali paesi dell’Unione europea, i livelli retributivi in Italia sono i più bassi. Secondo i dati dell’Eurostat, la retribuzione media oraria è, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, un valore questo inferiore del 30 – 40 % ai valori di Francia, Germania e Regno Unito.
Tradizionalmente in Italia i giovani più intraprendenti scelgono l’espatrio volontario verso quei paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, che offrono maggiori possibilità professionali, maggiore attenzione all’innovazione e alla ricerca, maggiore mobilità dei lavoratori, che significa per essi la possibilità di scelte e di cambiamenti, e non precarietà, che vuol dire certezza di perdere il proprio posto di lavoro entro pochi mesi.
Alla "fuga delle braccia", vecchia piaga dell’Italia, si è aggiunta negli ultimi decenni quella "dei cervelli". Oggi i giovani che espatriano lo fanno non per necessità di sopravvivenza, ma per portare avanti percorsi professionali ad alto livello, che in Italia non potrebbero essere raggiunti. Sono esempi lampanti i numerosi riconoscimenti internazionali che hanno ricevuto i ricercatori italiani trasferitisi negli Usa per perseguire gli scopi delle loro ricerche, nell’ambito soprattutto della chimica e della medicina, ma anche della fisica e della ingegneria.
La società italiana, limitando le aspettative professionali e i livelli retributivi, penalizza fortemente i giovani dell’attuale generazione. L’aspetto più preoccupante è che una società che non si preoccupa di promuovere le capacità e le aspirazioni delle nuove generazioni è destinata a rimanere sempre attardata nel contesto internazionale.

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