Gli Stati Uniti alle prese con un’economia che rallenta

di Emanuela Melchiorre – 4 dicembre 2007

comparso su www.ragionpolitica.it

Quello che si temeva già da qualche mese si sta verificando: il rallentamento dell’economia degli Stati Uniti è in atto e coinvolge la congiuntura internazionale con più accentuate tendenze al ribasso delle attività economiche, compreso il commercio internazionale. Nelle prospettive al rallentamento si è inserita infatti la crisi dei mutui subprime, con le conseguenti turbolenze del mercato finanziario. In altri termini: il rallentamento va al di là delle previsioni a suo tempo formulate. La crisi creditizia si scarica non soltanto sulla capacità di spesa delle famiglie, ma anche sull’attività di costruzione delle abitazioni, per cui c’è un effetto sulla domanda e un altro sull’offerta. Naturale, quindi, che le autorità monetarie statunitensi si preoccupino e agiscano nel settore di loro competenza, ossia la moneta, e cerchino di non far mancare la liquidità abbassandone i costi per gli operatori. Alla Federal Riserve la congiuntura è attentamente osservata e si è dell’opinione di giocare in anticipo, specie sul costo del denaro. Secondo il presidente della Fed, Ben S. Bernanke, è necessario essere eccezionalmente flessibili e ciò vuol dire, in questo momento, essere pronti ad abbassare ulteriormente il costo del denaro. Si confermano così le voci di un prossimo taglio dei tassi d’interesse – quelle voci che nella scorsa settimana avevano portato la borsa a forti recuperi nei listini. Il taglio del costo del denaro dovrebbe verificarsi il prossimo 11 dicembre, durante la riunione consueta dei direttori della Banca Centrale statunitense.

E’ ancora presto per quantificare gli effetti della riduzione del costo del denaro, perché occorre attendere certe scadenze, tra cui l’importo dei mutui che a fine anno e nei primi mesi del prossimo vedranno aumentare il costo per i mutuatari. Molto probabilmente il congelamento dei tassi e le misure per fronteggiare le insolvenze non saranno sufficienti a ridare slancio all’economia. Le turbolenze dei mercati finanziari, l’aumento che sembra inarrestabile dei prezzi dell’energia e la crisi del credito si inseriscono nel bel mezzo di tensioni inflazionistiche di un certo rilievo. In questa situazione occorre una notevole dose di coraggio per ribassare il costo del denaro. Ma forse è il prezzo minore da pagare: un punto in più di inflazione per salvare l’occupazione, che sembra minacciata dal rallentamento dei consumi.

Il sistema economico statunitense è particolarmente sensibile all’andamento dei consumi, che ora, proprio sotto le feste, segna un rallentamento preoccupante e contro il quale sembrerebbe più appropriata una politica di sgravi fiscali. D’altra parte, la sola politica monetaria non è sempre sufficiente a ridare slancio all’economia, perché, come dice un vecchio adagio, «la corda si tira ma non si spinge». Quindi per spingere l’economia occorrerebbero anche provvedimenti fiscali, che la politica statunitense non esclude mai dal vasto repertorio dei suoi atti – politica ben contraria a quello che capita in Italia, dove le imposte, sia locali che statali, aumentano sempre e non si riducono mai.

Il forte rallentamento già in atto dell’economia internazionale si ripercuoterà immancabilmente sull’economia dei Paesi dell’euro-zona, imbrigliati dalla politica monetaria della Banca Centrale europea, oggi maggiormente preoccupata dall’aumento del tasso di inflazione, che si aggirerebbe sul 3%. Di fronte a questa prospettiva, il presidente della Bce sarà molto restio ad abbassare il costo del denaro e sarà già un dato positivo se non lo aumenterà nella riunione prevista per il prossimo 5 dicembre. Di fronte al mancato ribasso del costo del denaro in Europa e del suo ribasso negli Stati Uniti, l’euro presenterà un ulteriore apprezzamento nei confronti del dollaro, con conseguente danneggiamento, come più volte detto, delle esportazioni verso il resto del mondo dei Paesi dell’euro-zona. Questo danneggiamento risulterà più marcato se il mercato statunitense non tirerà a dovere.

È probabile che, perdurando questa situazione, sia necessario rivedere al ribasso le stime di crescita dell’economia europea per il prossimo anno. Per l’Italia, considerando che anche la Finanziaria per il 2008 non produrrà alcuna riduzione della pressione fiscale (anzi si verificherà un qualche aumento almeno a livello locale), c’è il pericolo che la crescita non raggiunga nemmeno l’1%. Un valore, questo, che aggraverebbe i soliti problemi dell’occupazione e accentuerebbe il declino del sistema economico, incapace di sviluppare adeguati incrementi di produttività. Questi sono motivi più che validi per dare al Paese un nuovo governo, che fin dal suo insediamento dovrà avere il coraggio di abbassare di almeno 5 punti la pressione fiscale, nel contesto di un programma di progressive altre riduzioni, indispensabili per rimettere in moto l’economia.

Emanuela Melchiorre

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