L’economia italiana verso la «stagflazione»

di Emanuela Melchiorre

comparso su www.ragionpolitica.it l’11 dicembre 2007

L’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha pubblicato le sue stime sull’andamento dell’economia internazionale per il corrente anno e le previsioni per l’anno a venire. Per quanto riguarda l’Italia, il quadro che ne risulta non è dei più edificanti. L’andamento dell’inflazione è stato stimato per quest’anno al 2% e per l’anno prossimo al 2,4%, mentre il Pil dovrebbe crescere nel 2007 dell’1,8%, mentre per il 2008 le previsioni sono allarmanti, perché la crescita dovrebbe aggirarsi sull’1,3% – salvo imprevisti. Una simile situazione di crescita lenta, quasi stagnante, del prodotto nazionale e di una contemporanea crescita dell’inflazione viene identificata dagli economisti col termine di «stagflazione». È questo il vocabolo più indicato per descrivere la situazione economica italiana sotto il governo Prodi.

La politica economica del binomio Prodi-Padoa Schioppa sta portando dunque cattivi frutti. All’origine di ogni male economico italiano c’è la crescita della pressione fiscale che ha caratterizzato l’attuale governo e che ha raggiunto la soglia del 43,1% del reddito quest’anno e che raggiungerà il 44% l’anno prossimo. E questo aumento serve per alimentare non gli investimenti, ma la spesa corrente. L’inasprimento della stretta tributaria ha come diretta conseguenza, dal lato dell’offerta, una riduzione degli investimenti e, di conseguenza, della produzione. La contrazione di queste scelte che gli imprenditori sono chiamati a effettuare comporta l’incremento dei prezzi, ossia dell’inflazione. Dal lato della domanda, invece, l’effetto combinato dell’inflazione e delle maggiori imposte e tasse – siano esse centrali o locali – ha eroso le disponibilità finanziarie degli italiani, portando a una contrazione dei consumi. Il risultato complessivo è, appunto, la «stagflazione».

Il surplus di entrate fiscali, denominato «tesoro» e «tesoretto» dallo stesso governo (che ha così implicitamente ammesso di non aver fatto accuratamente i propri calcoli, sottostimando, per incompetenza o per specifico intento, l’effettiva entità della manovra fiscale) non è stato indirizzato alla copertura del disavanzo pubblico annuale. Al contrario, il «tesoretto» è defluito in una miriade di rivoli finanziari destinati a sostenere prevalentemente la spesa corrente e, in parte, alcune rottamazioni prive di qualche valenza economica o di sviluppo. Abbiamo così perso l’occasione di agganciarci alla crescita economica mondiale dei primi mesi di quest’anno. La mancata copertura del disavanzo pubblico ha comportato, per il nostro Paese, le «bacchettate» della Commissione Europea, dell’Ocse e del Fondo Monetario Internazionale.

L’ultima trovata – in ordine di tempo – del presidente del Consiglio è l’intenzione di dare vita ad una Authority sui prezzi che, secondo il Professore, dovrebbe tutelare gli italiani dalla crescita eccessiva dell’inflazione. È notorio che i prezzi crescono a causa della riduzione dell’offerta, del minore o nullo aumento della produttività e per inflazione importata, o per la combinazione delle tre cause. Se non si agisce sulle cause dell’inflazione, non si frena l’aumento dei prezzi. Una Authority che sia chiamata a vigilare sull’andamento dei prezzi, dimenticando che alla rilevazione provvede già l’Istat, non potrà fare altro che lanciare l’allarme ogni volta che questi raggiungano una soglia massima, ma sicuramente non avrà alcuno strumento per agire sul mercato. Sarà, in buona sostanza, un inutile «carrozzone», un ulteriore dispendio di risorse pubbliche che non produrrà alcun effetto se non quello dell’incremento delle spese correnti.

Al contrario, basterebbe ridurre significativamente l’imposizione fiscale per avviare il processo inverso – quello dell’aumento della produzione, degli investimenti e della produttività del lavoro – e per innescare, in tal modo, il circolo virtuoso della crescita economica, aumentando il reddito e quindi la base sulla quale vengono calcolate le imposte. L’effetto ultimo sarebbe proprio quello di garantirsi maggiori entrate tributarie abbassando la percentuale di imposizione fiscale. Al tempo stesso, si perseguirebbe l’obiettivo dell’aumento dell’occupazione e dell’adeguamento degli stipendi al costo della vita.

Emanuela Melchiorre

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One Response to “L’economia italiana verso la «stagflazione»”

  1. Concordo……..
    ma Prodi dovrebbe vergognarsi già di essere professore universitario.
    Il suo curriculum non è certamente di livello eccelso, basterebbe avere
    un minimo di memoria storica e tornare alla verognosa svendita
    dell’IRI…….
    se la memoria non riuscisse andare tanto indietro nel tempo,
    basterà ricordare la negoziazione del cambio lira/euro a
    lire 1936, 27…… in pratica un suicidio economico che oggi è
    sotto gli occhi di tutti…….
    che dire ancora…….
    PRODI, basta la parola! (parodiando lo spot pubblicitario di
    un famoso lassativo…..)

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