Il giusto mix di politiche economiche

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 gennaio 2008

Sotto la pressione sia della bolla speculativa del prezzo dell’energia, con riflessi pesanti sui sistemi economici, sia della crisi dei mutui sub-prime e sia ancora dell’avanzare aggressivo dei mercati emergenti, dove lo sfruttamento dei lavoratori assume forme inusitate e inaccettabili, Bush e il governatore della Federal Reserve, Bernanke, agiscono congiuntamente su tre variabili chiave per evitare che il rallentamento del sistema economico sfoci in una crisi economica dell’economia statunitense, che coinvolgerebbe tutto il mondo iniziando dalla riduzione del commercio internazionale per estendersi alla produzione e all’occupazione e in generale all’offerta e alla domanda di beni e servizi. Le tre variabili chiave sono: le imposte, i tassi di interesse e quelli di cambio. La Fed diminuisce il tasso di interesse di riferimento della finanza federale, mentre Bush riduce le imposte e asseconda il deprezzamento del dollaro. Queste tre variabili, manovrate con giudizio, dovrebbero per ora mettere al riparo l’economia statunitense dalle conseguenze dell’aumento del tasso di inflazione causato da fattori esterni, in primo luogo l’aumento senza sosta dei prezzi dei prodotti energetici. Le variabili strutturali, quali i consumi e la produzione, dovrebbero rimanere sostanzialmente buone, così come lo è la fiducia del mondo produttivo e imprenditoriale americano.

La riduzione delle imposte favorisce gli investimenti privati, le aspettative e, di conseguenza, la produttività e l’occupazione. Il tasso di interesse basso permette da un lato la progressiva maggiore sostenibilità dei costi dei mutui immobiliari e, quindi, aiuta i bilanci finanziari delle famiglie, ne incentiva il consumo e le aspettative per il futuro; dall’altro riduce il costo del capitale, che può essere in tal modo impiegato in investimenti produttivi. L’indebolimento strisciante del dollaro aiuta notevolmente le esportazioni e, quindi, la produzione e, ancora una volta, l’occupazione e con essa il reddito delle famiglie e i consumi. Sono variabili chiave che, se ben amministrate, possono sostenere il circolo virtuoso della ripresa, che ormai dura da alcuni anni.

Alla luce di considerazioni analoghe è possibile esaminare anche la situazione economica italiana. L’Italia, in base alla firma del trattato di Maastricht, non amministra più la politica monetaria e quella del cambio valutario, e, come gli altri paesi dell’eurozona, le ha conferite interamente e incondizionatamente ad un organo indipendente, la Banca centrale europea, che è a capo del sistema di banche centrali. La Bce agisce non per gli interessi dei singoli paesi, ma per contrastare l’inflazione nell’intera euro-zona, indiscriminatamente e indipendentemente dall’andamento della congiuntura economica. Pertanto, poiché l’unico obbiettivo della Bce è perseguire una politica di bassi prezzi, essa impone aumenti progressivi del tasso di interesse di riferimento i quali, sebbene contrastino l’inflazione, certamente contrastano anche e sfortunatamente la formazione del Pil in tutta l’area dell’euro. Lo testimonia la modesta crescita del pil di tutti i paesi appartenenti all’euro-zona confrontata con la crescente formazione del reddito dei paesi, come l’Inghilterra e la Svezia, che fanno parte dell’Unione Europea, ma non dell’Unione monetaria.

La scelta che la banca centrale europea è chiamata a fare, date tali premesse, è sostanzialmente tra l’inflazione o la recessione. Le scelte del banchiere centrale hanno comportato fino ad ora l’incremento di tutti i tassi di interesse bancari e, quindi, un incremento del c.d. «prezzo del capitale», che incide sulle scelte del mondo imprenditoriale in due modi: riduce la propensione all’investimento, perché il capitale risulta essere progressivamente più caro; influisce negativamente sulle aspettative degli imprenditori che prevedono in futuro ulteriori aumenti dei tassi di interesse. La politica di alti tassi, quindi, non incentiva gli investimenti e con essi la produttività e la produzione. Le conseguenze immediate sono un ristagno, se non una riduzione, dell’occupazione, minori disponibilità finanziarie dei consumatori che, di conseguenza, spendono di meno e frenano l’economia. Dal lato delle esportazioni, la politica di alti tassi comporta un apprezzamento dell’euro, specie nei confronti del dollaro, ma anche delle altre valute, che riduce le esportazioni in quanto progressivamente sempre più care, e al tempo stesso non riesce a compensare l’aumento del prezzo del petrolio che fa lievitare i prezzi di tutti i prodotti energetici, e non solo. Quindi, ancora una volta una economia che ristagna.

Le considerazioni ultime che si possono fare riguardano proprio l’inflazione, quella variabile che la Bce vuole governare a spese della crescita economica. È sconfortante constatare che le costose politiche monetarie che Trichet porta avanti non sortiscano nemmeno i risultati da lui sperati. Sono due le variabili importanti, visto che incidono molto sul paniere della spesa e oggi provocano l’inflazione: energia e beni alimentari, i cui prezzi crescono a ritmi sostenuti a causa della lunga catena della speculazione. Una crescita del prezzo di queste due variabili incide, data la propensione al consumo decrescente all’aumentare del reddito, in modo differenziato: di più sulla popolazione a basso reddito e in misura minore sulla popolazione ad alto reddito. Ma tutti vengono colpiti, perché si avvia il circolo perverso dell’economia, dal quale non si esce con la redistribuzione, ma migliorando l’offerta di beni e servizi, attraverso, in primo luogo, l’aumento della produttività del lavoro.

Emanuela Melchiorre

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One Response to “Il giusto mix di politiche economiche”

  1. Salve professoressa, sono un giovane studente di Economia della Facolta di Tor vergata, ancora al secondo anno, ma interessato a questi argomenti.
    Ho letto tutto il suo articolo con molto interesse, dato che ho concluso da poco il corso di Macroeconomia, e finalmente qualcosa riesco a capirla.
    Un dubbio lo ritrovo ancora tra il collegamento dei tassi di interesse per esempio della FED e della BCE, e il tasso interesse immobiliare, provo a spiegarle cio che mi sembra di capire: esempio molto banale ma giusto per capire il concetto
     
    Un governo se ha bisogno di soldi può ottenerli dalla bce, dato che è unica a stampare cartamoneta, ovviamente dovrà pagare un tasso di interesse alla bce per aver ottenuto liquidità, in che modo, emettendo titoli che a sua volta saranno pagati tramite la tassazione.
     
    Quello che mi domando, perchè se il tasso di riferimento della bce è per esempio del 4.8%, il tasso di interesse di quando sottoscrivo un contratto di mutuo invece è del 9,10%, e pure se dimiusce il tasso di di interesse della bce, comunque il tasso di interesse immobiliare rimane molto più elevato.
     
     
    complimenti per gli articoli 🙂
     
     

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