I Guardasigilli e la magistratura al tempo della seconda Repubblica

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 22 gennaio 2008

Le recenti dimissioni del ministro della Giustizia Clemente Mastella in séguito all’arresto della moglie Sandra Lonardo ed alla notizia delle indagini giudiziarie a suo carico effettuate dalla procura di Santa Maria Capua Vetere hanno segnato una tappa, per il momento conclusiva, nella storia burrascosa di un dicastero. Essa era iniziata con la concessione di un indulto molto controverso, era proseguita con le polemiche tra il Guardasigilli e Antonio Di Pietro e con i contrasti legati al caso del Pm De Magistris.

Entrare nel merito di una questione giudiziaria all’esame della magistratura è quanto meno prematuro e comporta il rischio, per qualsiasi commentatore estraneo al processo, di affermazioni avventate e parziali. Più opportuno appare, invece, anche al fine di interpretare il significato della vicenda attuale, ripercorrere rapidamente una lunga serie di avvenimenti che hanno caratterizzato – certamente in modo non edificante – i rapporti fra i diversi ministri di Grazia e Giustizia e la magistratura a partire da Tangentopoli e poi negli anni della seconda Repubblica.

Nel febbraio del 1993, all’epoca del primo governo Amato, il ministro della giustizia Martelli, che si appresta a diventare segretario del decapitato Psi, è raggiunto da un avviso di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta per il fallimento del Banco Ambrosiano; si dimette quindi da ministro, da parlamentare e lascia lo stesso partito socialista. Nel 1994, sotto il primo governo Berlusconi, il Guardasigilli Biondi, spinto dalla considerazione che l’azione della magistratura milanese aveva colpito soprattutto determinate formazioni politiche, avvia un’inchiesta ministeriale sul Pool di Mani Pulite. Il 4 maggio 1995, all’epoca del governo tecnico di Lamberto Dini, il ministro Mancuso promuove un’azione disciplinare nei confronti dei magistrati milanesi, sospettatti di partigianeria e/o di finalità politiche nel promuovere azioni giudiziarie; il presidente del Consiglio prende le distanze dal ministro e le forze di centrosinistra, sostenitrici ad oltranza della magistratura, chiedono le sue dimissioni; stante il rifiuto di Mancuso, il Senato vota una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti; Dini assume l’interim della Giustizia.

Nel 1996, all’epoca del primo governo Prodi, il pubblico ministero Gherardo Colombo, della Procura di Milano, rilascia un’intervista scioccante al Corriere della Sera, con la quale da un lato sembra voler delegittimare i partiti, il parlamento e l’intero sistema, dall’altro mira a bloccare la riforma della giustizia preparata dalla Commissione bicamerale; il ministro Flick propone un’azione disciplinare nei suoi confronti. Il 2 gennaio 2000, durante il secondo governo D’Alema, con Oliviero Diliberto come Guardasigilli, numerosi magistrati, sostenuti dalla loro associazione nazionale, criticano il pacchetto di leggi che va sotto il nome di «giudice unico», nonché il decreto sul «giusto processo». Il 20 agosto 2001, sotto il secondo governo Berlusconi, il ministro Castelli, sùbito contrastato dai giudici, mette in dubbio l’imparzialità dei magistrati ed afferma che c’è la diffusa sensazione di giudizi non imparziali perché troppo ideologizzati.

In sintesi, è possibile rilevare che i rapporti tra magistartura e ministri della Giustizia sono stati troppo spesso, se non sempre, improntati a profonde polemiche e contrasti. Tutto ciò induce a ritenere che anche il caso attuale di Mastella sia influenzato più da motivi generali (una ideologia antagonista e rivoluzionaria, l’ostinata difesa delle proprie prerogative e dei propri privilegi) che non da singoli comportamenti eventualmente rilevanti dal punto di vista penale. Sembra quindi più che mai necessario meditare sulle cause che hanno condotto, durante la seconda Repubblica, ad una frattura apparentemente sempre più insanabile fra poteri dello Stato. A tal proposito sarebbe opportuno tornare ad un regime elettorale che non esasperi troppo le contrapposizioni fra le coalizioni politiche e le diverse ideologie. E sarebbe opportuno, infine, ripristinare qualche presidio a tutela dei poteri del parlamento e del governo, meno riparati, dopo l’abolizione dell’immunità parlamentare, rispetto ad un potere giudiziario completamente autonomo e sostanzialmente autoreferenziale.

Emanuela Melchiorre

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