Il lunedì nero delle borse

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it del 24 gennaio 2008

Il 21 scorso è stato il lunedì nero delle borse di tutto il mondo, e martedì 22 è stato un altro giorno di pesanti perdite specialmente in oriente. In Occidente le gravi flessioni della mattina, tuttavia, sono state in parte recuperate per effetto della riduzione dello 0,75% del costo del denaro effettuata dalla Federal Reserve in corso di seduta, ossia a borse aperte. Questa è stata una novità che per ora ha funzionato. Ma l’evoluzione della crisi del mercato immobiliare, colpito dallo scoppio della inusitata precedente bolla speculativa è tuttora in corso. La crisi ha cominciato a produrre effetti negativi anche sulla produzione del reddito e si teme una recessione che, partendo dagli Stati Uniti, può estendersi al resto del mondo, con ripercussioni imprevedibili. Sta di fatto che ovunque si fermi l’edilizia ci si deve attendere una certa spinta alla recessione, a causa dell’elevato valore del moltiplicatore del reddito proprio di quel settore.

Per fronteggiare la crisi dei mutui subprime, il presidente degli Stati Uniti ha varato un piano di aiuti di grandi dimensioni, del valore di 150 miliardi di dollari, al fine di stimolare l’economia statunitense dal lato dell’offerta e da quello della domanda. I progetti di George W. Bush prevedono la riduzione della pressione fiscale, per i produttori e i consumatori, fino ad arrivare a uno sgravio dell’1% del Pil. Il piano, in attesa del consenso del Congresso, che non potrà mancare, propone una politica di crescita economica di vastissime proporzioni. È del tutto simile a quella posta in essere nel 2001, in seguito alla crisi economica conseguente all’attacco di Al-Qaeda e al crollo delle torri gemelle.

Il piano di rientro elaborato da George W. Bush, concertato con la politica monetaria di bassi tassi di interesse della Federal Reserve, sembra abbia accolto la fiducia degli operatori economici, che all’inizio avevano mostrato maggiore scetticismo sulla sua capacità di superare la crisi. Anche questa occasione ha mostrato quanto gli umori, quelli che il Keynes chiamava gli animal spirits, possano agire sui risultati economici. Il continuo discutere sulla situazione economica americana, i timori alquanto esagerati di una imminente recessione degli Stati Uniti, hanno sortito inizialmente effetti deleteri sulle aspettative, divenute in seguito meno pessimiste.

Nella storia delle negoziazioni di borsa si è assistito già nel passato a episodi di grave crisi delle contrattazioni. La più nota è quella del 1929 che ha «fatto storia» e avrebbe dovuto anche «fare scuola». Si sarebbe dovuto imparare dall’esperienza che le bolle speculative, quando si formano, vanno sgonfiate tempestivamente. Non si sono fatti grandi progressi nell’identificazione delle bolle, mentre al momento dello scoppio si dispone oggi di strumenti economici, monetari e fiscali molto più sofisticati rispetto a quelli del passato. Va però precisato che oggi i mercati finanziari sono molto più reattivi, più variegati, più vasti e diffusi, grazie anche agli strumenti telematici ed alla "finanza creativa", che produce nuovi prodotti finanziari, con margini di rischio di difficile, se non difficilissima previsione.

Allo stato attuale, sono in crescita altre due bolle speculative: del petrolio e dei sistemi di finanziamento ad alto rischio dei mercati emergenti. Quella delle risorse energetiche per l’alto prezzo del petrolio non ha alcuna giustificazione fisica ed economica giacché, come sostengono le più recenti ricerche, la Terra possiede riserve di idrocarburi pressoché inesauribili. Nei mercati emergenti sono in atto sistemi di finanziamento che presentano altissimi rischi, documentati da elevati, anzi inusitati, tassi di rendimento dei titoli immessi nel mercato. A causa di entrambe le bolle speculative è prevedibile che ulteriori episodi, come quello dello scorso lunedì, si ripresentino nuovamente nell’immediato futuro se non verranno affrontate in tempo e con provvedimenti efficaci.

La via seguita fino ad ora dalle Banche centrali, ma soprattutto da quella americana, consiste nel tentare di sgonfiare gradualmente la bolla con le immissioni di liquidità. Ma questa è una strada lunga, che può rivelarsi anche insufficiente. La politica deve subentrare alle banche centrali, non essendo ormai una questione di semplice politica monetaria. Il mix di politiche economiche proposte dal presidente degli Stati Uniti sembra essere il più appropriato, con una giusta concertazione tra la politica fiscale espansiva e la politica monetaria di bassi tassi. È opportuno, però, tenere ben presente che occorrono soprattutto fattibili programmi di rilancio degli investimenti e dell’economia in generale.

Emanuela Melchiorre

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