Le bolle speculative e le crisi di borsa

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 31 gennaio 2008

Nel primo giorno di contrattazione di questa settimana si sono registrate nelle piazze affari europee ulteriori perdite di borsa che seguono i c.d. «rimbalzi» positivi della scorsa settimana. Non è inusuale che in seguito all’esplosione di una bolla speculativa le borse abbiano andamenti altalenanti con ampie oscillazioni, alternativamente positive e negative. Ciò che però è di difficile previsione è il momento di in cui tali oscillazioni termineranno o tenderanno ad assottigliarsi lungo il trend dell’andamento dei valori reali. Studi riguardanti le dinamiche delle bolle speculative hanno constatato che il termine del ciclo delle oscillazioni di borsa relative all’esplosione della bolla finiscono presumibilmente quando i valori di borsa tornano ad essere vicini a quelli precedenti alle azioni speculative al rialzo.

La crisi dei mutui subprime, che ha origine dalle spinte speculative nel mercato immobiliare, costituisce la prima bolla del XXI secolo e avviene a poca distanza dall’esplosione della precedente bolla, quella della new economy, che ha riguardato i prodotti legati alla tecnologia e che ha caratterizzato gli ultimi anni del XX secolo. La generazione attuale ha potuto, quindi, sperimentare la nascita e l’esplosione di due differenti bolle speculative, tra loro molto ravvicinate, che hanno avuto in comune il rapidissimo propagarsi degli effetti negativi in tutto il mondo a causa dei sistemi telematici borsistici e della globalizzazione.

Nei secoli precedenti le bolle speculative erano meno dinamiche, meno diffuse ma non meno frequenti. Una bolla speculativa che la storia economica ha documentato è quella dei «tulipani», iniziata presumibilmente alla fine del XVI secolo, essa ha caratterizzato il mercato fioristico europeo per circa quattro decenni, fino al 1640 circa. Un’altra bolla speculativa avviene intorno al 1720. Essa prese il nome di «South Sea Bubble», poiché riguardò l’andamento di borsa delle azioni della britannica South Sea Company, una società inglese costituita con lo scopo di rilevare le quote del debito pubblico inglese, ricevendone un interesse annuo pagato dallo stato e il monopolio dei commerci con le colonie spagnole nel Sud America. Per finanziare l’operazione la società emise proprie azioni a prezzi crescenti. L’euforia verso questo e altri collocamenti azionari avvenuti nello stesso periodo spinse verso l’alto il valore delle azioni. Nel secolo successivo, il XIX, si sono verificate diverse bolle speculative in relazione agli sviluppi delle borse e delle società industriali, la più nota è quella legata alla nascita della ferrovia del 1847.

Per il XX secolo è d’obbligo ricordare «la grande depressione», ovvero la crisi del 1929, durata fino al 1933. Dopo la seconda guerra mondiale le politiche economiche e monetarie si sono affinate e il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods hanno limitato la formazione di bolle speculative di un certo rilievo, salvo quella della new economy, sul finire degli anni Novanta e terminata presumibilmente nel 2001, e quella odierna dei mutui subprime.

Tutte le bolle speculative hanno in comune l’aumento ingiustificato dei prezzi delle azioni, o dei beni durevoli oggetto delle attività imprenditoriali coinvolte, dovuto ad una crescita repentina della domanda. I movimenti del prezzo di un determinato bene sono ingiustificati quando diventano indipendenti dai loro «fondamentali», ossia da quelle ragioni economiche che possono giustificare un determinato livello di prezzo del bene stesso. Sono, quindi, movimenti sospinti non da ragioni economiche di base, ma dai comportamenti speculativi. La variabile sostanziale e più imponderabile dell’andamento delle crisi di borsa è costituita dalle aspettative degli operatori, per loro natura mutevoli e imprevedibili.

Lo spettro ripetutamente evocato di una eventuale recessione degli Stati Uniti, pertanto, sta giocando un ruolo importante tra le aspettative degli operatori. In particolare, le borse asiatiche sono molto attente all’andamento dell’economia americana poiché gli Stati Uniti sono il principale mercato di sbocco delle esportazioni per i paesi della regione asiatica. Una crisi marcata e prolungata dei consumi sull’altra sponda del Pacifico avrebbe perciò gravi conseguenze sui conti economici e sui piani d’investimento del continente asiatico.

Ciò che oggi può modificare le aspettative degli operatori sono, in primo luogo, le «reputazioni» della Federal Reserve e del Presidente americano che possano agire da garante per la tenuta dell’economia americana. È, quindi, essenziale che le politiche di bassi tassi di interesse e di sostegno ai mercati, che la Fed sta portando avanti, l’ultimo in ordine di tempo è il taglio del tasso di interesse di questa settimana, in concomitanza con le politiche governative di sostegno all’economia e all’occupazione, vengano ritenute efficienti e soprattutto convincenti dagli operatori.

Emanuela Melchiorre

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