Il precariato giovanile: piaga della società italiana

 

di Emanuela Melchiorre

 

pubblicato su www.tocqueville-acton.org il 18 febbraio 2008

 

Per l’imminente consultazione popolare i partiti sono intenti a preparare le liste elettorali e i programmi per il futuro governo da presentare ai cittadini che manifesteranno le loro preferenze con il voto. Oggi più che mai è auspicabile che la società italiana crei possibilità di lavoro stabile per tutti i giovani che abbiano terminato i loro studi. Questo sarà un tema ineludibile della prossima campagna elettorale. E sarà possibile risolvere in tempi ragionevoli, che si auspicano brevi, un tema così complesso solamente ricorrendo a politiche di sviluppo, di ammodernamento e di crescita, che agiscano sinergicamente nell’ambito scolastico e nell’ambito produttivo e occupazionale.
Certamente, compito della scuola dovrebbe essere non solo quello di fornire sapere e cultura, ma anche quello di scoprire chi ha inclinazione per l’arte, per la logica o la filosofia, per la politica, per la matematica e per le altre discipline. In altre parole, la scuola dovrebbe scoprire le naturali attitudini e potenzialità dei giovani studenti. Negli Stati Uniti, la scuola da la possibilità di scegliere tra un numero molto elevato di insegnamenti che lo studente può seguire a mano a mano che scopre le sue naturali predisposizioni. Fin dalle scuole medie, il giovane americano è aiutato a fare una programmazione di studi e durante l’anno può cambiare materia fino a trovare quella più confacente alle sue naturali vocazioni. Così facendo i giovani possono ottenere più facilmente una buona preparazione e la stessa scuola diventa per loro una palestra in cui allenarsi per affrontare meglio il mondo del lavoro.
Oltre alle politiche peculiari della scuola e dell’università per preparare i giovani ad affrontare il mondo del lavoro, è necessario porre in atto una politica della piena occupazione, che si può conseguire aumentando la produzione del Pil nella misura di almeno il 3 – 3,5% in media l’anno e per molti anni. È questo l’aumento indispensabile per portare la disoccupazione al livello c.d. “frizionale”, ovvero quella disoccupazione dovuta agli attriti del sistema economico e che si può indicare sul 3% circa delle forze di lavoro. Disoccupazione frizionale non significa però disoccupazione permanente, ma temporanea mancanza di lavoro, di pochi giorni o di poche settimane, il tempo necessario per trovare una nuova occupazione. Con il pieno impiego vengono ad essere quasi superflui i meccanismi detti “ammortizzatori sociali”. In senso moderno, disoccupazione frizionale significa però anche la possibilità concreta di trovare un lavoro confacente alle aspirazioni dei giovani e non un posto a tempo indeterminato qualsiasi.
Il percorso della crescita può essere perseguito solo passando attraverso le politiche di basse tasse e di incentivi all’investimento e all’innovazione, che comportano un aumento della produttività del lavoro. Pertanto, è necessario moltiplicare le occasioni di lavoro: la differenza tra mobilità e precariato consiste, infatti, nel numero di opportunità che un lavoratore ha di fronte al momento di scegliere una diversa occupazione e non quella del datore di lavoro di licenziarlo arbitrariamente.
Secondo le ultime stime del Censis, appena il 36,1% dei nuovi ingressi sul mercato del lavoro viene assunto con un contratto a tempo indeterminato. Questa tipologia contrattuale è quindi un privilegio per pochi, appena un terzo circa dei nuovi assunti infatti può usufruirne. Inoltre, sempre secondo il Censis nel 2006, su 902 mila lavoratori che si sono ritrovati senza occupazione, perché l’hanno persa, o perché si sono ritirati dal lavoro, una quota rilevante è costituita da popolazione giovanile: il 38,4% (che rappresenta  più di 346 mila persone) è di età inferiore ai 34 anni e il 22,2% (più di 200 mila persone) sono giovani tra i 35 e i 44 anni.
Negli ultimi due anni il Censis registra un leggero incremento della quota di lavoratori a termine tra i 20 e 34 anni, che è riuscita nel giro di un anno ad accedere al lavoro a tempo indeterminato che però rimane sempre a livelli molto bassi. Per quanto riguarda i lavoratori temporanei, infatti, nel 2006 tale quota è stata di appena del 17,7%. La maggior parte dei lavoratori flessibili, invece, resta immobile nella propria condizione, quando non rischia di perdere il posto di lavoro, evento che, sempre secondo il rapporto Censis, nel 2006 ha interessato il 12,4% dei giovani con contratto a termine e il 12% dei collaboratori, a progetto o occasionali.
I lavoro a termine è diffuso in tutta l’Europa, sia nei paesi economicamente avanzati, sia in quelli arretrati. La maggiore incidenza del lavoro a termine si rileva, secondo l’Istat, nella Spagna con oltre il 40% sul totale degli occupati, seguita dalla Polonia con oltre il 35%. Percentuali superiori a quelle italiane riguardano molti paesi con economie tra le più avanzate, come la Svezia, la Germania, la Svizzera e la Francia. Tra i  paesi con minore incidenza troviamo la Romania, la Gran Bretagna, l’Ungheria, la Grecia e l’Austria. Considerare i soli contratti a termine però esclude tutte le altre forme di precariato, come il contratto di lavoro a progetto, quello occasionale e i vari contratti di consulenza che mascherano, invece, un rapporto di dipendenza. È evidente quindi che i dati dell’Istat sottostimano l’incidenza di tutto il lavoro in qualche modo precario sul totale del lavoro a tempo indeterminato.
Il senso di insicurezza e di insoddisfazione delle giovani generazioni si amplifica. Sicuramente il lavoro in qualche modo precario rappresenta una forte minaccia al bisogno di giustizia sociale, che si ripresenta con forza nello scenario della storia attuale, non solo in Italia ma anche nel mondo civile e occidentale in generale. Un trend così evidentemente sfavorevole per la popolazione in cerca di lavoro, e per quella giovanile in particolar modo, in un’epoca caratterizzata da un livello tecnologico sempre più elevato, non può non sollevare la domanda sulla opportunità, per una società nel suo complesso, di non far partecipi dei benefici derivanti da una crescente produttività anche i lavoratori e specialmente quelli giovani. Una società che disillude le nuove leve di lavoro non ha possibilità di fare grandi balzi in avanti e corre il rischio in tempi non molto lunghi di ripiegare su se stessa.

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