I giovani e il lavoro precario

Finanza Italiana – gennaio febbraio 2008 – www.finanzaitaliana.net

 

I GIOVANI E IL LAVORO PRECARIO

 

Di Emanuela Melchiorre

 

Per l’imminente consultazione popolare i partiti sono intenti a preparare le liste elettorali. Difficilmente alcuni ministri oggi in carica potranno trovare posto nel futuro governo nel caso in cui vincesse il PD di Veltroni. Viceversa, sarebbero tutti messi da parte se vincesse il centro-destra. Si può dare per certo che tra gli esclusi spicca il ministro Tommaso Padoa Schioppa, divenuto molto impopolare non solo per le due leggi finanziarie, che sono state approvate con decreti di fiducia, che hanno impedito ogni discussione parlamentare, ivi compresa quella in seno alla stessa maggioranza, ma anche per alcune sue dichiarazioni che hanno provocato reazioni negative tra la gente. Oltre che ad affermare che è «bello pagare le tasse», senza specificare che cosa ciò significasse con riferimento all’antica Grecia, ha definito «bamboccioni» i giovani che a trenta e più anni vivono ancora con i genitori. Così facendo il ministro non ha dimostrato alcuna sensibilità nei confronti della difficile situazione che i giovani vivono oggi al momento del loro ingresso nel mercato del lavoro e durante il percorso della loro vita lavorativa.

 

Oggi più che mai è auspicabile che la società italiana crei possibilità di lavoro stabile per tutti i giovani che abbiano terminato i loro studi. Questo sarà un tema ineludibile della prossima campagna elettorale. E sarà possibile risolvere in tempi ragionevoli, che si auspicano brevi, un tema così complesso solamente ricorrendo a politiche di sviluppo, di ammodernamento e di crescita, che agiscano sinergicamente nell’ambito scolastico e nell’ambito produttivo e occupazionale.

 

 

La scuola e la formazione per l’ingresso nel mondo del lavoro

 

Certamente, compito della scuola sarebbe non solo quello di fornire sapere e cultura, ma anche quello di scoprire chi ha inclinazione per l’arte, per la logica o la filosofia, per la politica, per la matematica e per le altre discipline note. In altre parole, la scuola dovrebbe scoprire le naturali attitudini e potenzialità dei giovani studenti. Questo obbiettivo non è utopia, perché in altri paesi, come ad esempio negli Stati Uniti, la scuola da la possibilità di scegliere tra oltre 150 materie che lo studente può seguire a mano a mano che scopre le sue naturali predisposizioni.

Fin dalle scuole medie, anzi fin dalle ultime classi delle elementari, il giovane americano è aiutato a fare una programmazione di studi e durante l’anno può cambiare materia fino a trovare quella più confacente alle sue naturali vocazioni. Ciò facendo i giovani possono ottenere più facilmente una buona preparazione e la stessa scuola diventa per loro una palestra in cui allenarsi per affrontare meglio il mondo del lavoro.

  

Ma non solo la scuola…

 

Oltre alle politiche peculiari della scuola e dell’università per preparare i giovani ad affrontare il mondo del lavoro, è necessario porre in atto una politica della piena occupazione, che si può conseguire aumentando il Prodotto interno lordo nella misura di almeno il 3 – 3,5% in media l’anno e per molti anni. È questo l’aumento indispensabile per portare la disoccupazione al livello c.d. “frizionale”, che si può indicare sul 3% circa delle forze di lavoro ed è detto appunto “frizionale”, perché è dovuto agli attriti del sistema di produzione e di scambio dei beni e servizi, ossia del sistema economico.

Disoccupazione frizionale non significa però disoccupazione permanente, ma temporanea mancanza di lavoro, di pochi giorni o di poche settimane, il tempo necessario per trovare una nuova occupazione. Con il pieno impiego vengono ad essere quasi superflui i meccanismi detti “ammortizzatori sociali”.

In senso moderno, disoccupazione frizionale significa anche possibilità concreta di trovare lavoro confacente alle aspirazione dei giovani e non un posto a tempo indeterminato qualsiasi. Tanto per fare un esempio, un giovane che si è laureato in ingegneria civile dovrebbe trovare impiego e fare carriera nel ramo dei lavori pubblici e delle costruzioni, senza dover passare, come avviene ancora oggi, per una serie di occupazioni a tempo parziale e a bassa remunerazione e con alta mortificazione delle aspirazioni.

Il percorso della crescita può essere perseguito passando necessariamente attraverso le politiche espansive di basse tasse e di incentivi all’innovazione, che comportano un aumento della produttività del lavoro. Pertanto, è necessario moltiplicare le occasioni di lavoro: la differenza tra mobilità e precariato consiste, infatti, nel numero di opportunità che un lavoratore ha di fronte nel momento del cambiamento per scegliere una diversa occupazione e non quella del datore di lavoro di licenziarlo arbitrariamente.

 

 

Il lavoro precario giovanile

 

Secondo le ultime stime del Censis, appena il 36,1% dei nuovi ingressi sul mercato del lavoro viene assunto con un contratto a tempo indeterminato. Questa tipologia contrattuale è quindi un privilegio per pochi, appena un terzo circa dei nuovi assunti infatti può usufruirne.

 

Inoltre, sempre secondo il Censis nel 2006, su 902 mila lavoratori che si sono ritrovati senza occupazione, perché l’hanno persa, o perché si sono ritirati dal lavoro, una quota rilevante è costituita da popolazione giovanile: il 38,4% (che rappresenta  più di 346 mila persone) è di età inferiore ai 34 anni e il 22,2% (più di 200 mila persone) sono giovani tra i 35 e i 44 anni.

 

Negli ultimi due anni il Censis registra un leggero incremento della quota di lavoratori a termine tra i 20 e 34 anni, che è riuscita nel giro di un anno ad accedere al lavoro a tempo indeterminato che però rimane sempre a livelli molto bassi. Per quanto riguarda i lavoratori temporanei, infatti nel 2006 tale quota è stata di appena il 17,7%. La maggior parte dei lavoratori flessibili  invece resta immobile nella propria condizione; quando non rischia di perdere il posto di lavoro: evento che, sempre secondo il rapporto Censis, nel 2006 ha interessato il 12,4% dei giovani con contratto a termine e il 12% dei collaboratori, a progetto o occasionali.

 

 

Il confronto internazionale

 

È di un certo interesse osservare che il lavoro a tempo parziale è diffuso in tutta l’Europa, sia nei paesi economicamente avanzati, sia in quelli arretrati, come appare dal relativo grafico. La maggiore incidenza del lavoro a termine si rileva nella Spagna con oltre il 40%, seguita dalla Polonia con oltre il 35%. Percentuali superiori a quelle italiane riguardano molti paesi e tra questi e in ordine decrescente anche economie che passano per le più avanzate, come la Svezia, la Germania, la Svizzera e la Francia. Tra i  paesi con minore incidenza e partendo dal basso troviamo la Romania, la Gran Bretagna, l’Ungheria, la Grecia e l’Austria.

Va però precisato che il grafico si riferisce ai soli contratti a termine, con l’esclusione delle altre forme di precariato, come il contratto di lavoro a progetto, quello occasionale e i vari contratti di consulenza che mascherano, invece, un rapporto di dipendenza. È evidente che i dati dell’Istat sottostimano l’incidenza di tutto il lavoro in qualche modo precario sul totale del lavoro dipendente.

  

Un trend così evidentemente sfavorevole per la popolazione in cerca di lavoro, e per quella giovanile in particolar modo, in un’epoca caratterizzata da un livello tecnologico sempre più elevato non può non sollevare la domanda sulla opportunità per una società nel suo complesso di non far partecipi dei benefici derivanti da una crescente produttività anche i lavoratori e specialmente quelli giovani. Una società che disillude le nuove leve di lavoro non ha possibilità di fare grandi balzi in avanti e corre il rischio in tempi non molto lunghi di ripiegare su se stessa. Nel momento si amplifica il senso di insicurezza e di insoddisfazione delle giovani generazioni. Sicuramente il lavoro in qualche modo precario rappresenta una violazione del diritto alla giustizia sociale, che oggi colpisce un’Europa che, per tanti aspetti, compresi quelli dell’immigrazione senza rigidi controlli e della mancanza di una politica energetica comune, sembra avere smarrito la via del progresso.

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