La speculazione sul prezzo del petrolio

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it l’8 marzo 2008

La riunione dell’Opec si è chiusa mercoledì scorso a Vienna con la decisione di mantenere la produzione di greggio invariata, mentre ci si aspettava un suo aumento. I paesi produttori di petrolio hanno così lasciato il mercato degli idrocarburi in balia della speculazione, che attende, come mostrano gli andamenti dei futures nella borsa di Chicago e di Londra, nuovi rialzi del tutto ingiustificati, almeno con riguardo all’indebolimento del dollaro rispetto alle valute forti, come l’euro. La decisione dell’Opec produrrà un’altra spinta all’inflazione internazionale, che ha riflessi preoccupanti sul mercato dell’oro, che presenta nuovi aumenti di prezzo ormai prossimi a toccare i mille dollari per oncia di fino. Si è mosso anche il prezzo dell’argento, insieme con i valori dei metalli preziosi e non preziosi, e con quelli dei prodotti alimentari di base.

La risposta all’andamento dell’inflazione, che ormai è giunta a livelli pericolosi, sarà un aumento dei prezzi dei prodotti finiti e, quindi, un rincaro dei beni di importazione nei mercati dei paesi Opec. In altre parole, gli eccessivi aumenti del prezzo del greggio si ripercuoteranno sugli stessi paesi produttori, che dipendono in tutto e per tutto dall’importazione di beni e servizi forniti dai paesi economicamente avanzati. Si ripeterà quanto accadde con la crisi petrolifera del 1973-79, che a metà degli anni Ottanta fu risolta dalla politica economica del presidente Reagan, il quale rivalutò il dollaro e di conseguenza produsse una drastica caduta del prezzo del greggio e di quello dell’oro, strozzando la speculazione. Ne derivò subito la caduta del tasso di inflazione. Non mancherà occasione per ritornare su quella politica monetaria ed economica, molto complessa per essere descritta in poche righe.

Se la speculazione finanziaria distrugge ricchezza, anche l’inflazione produce danni e alla fine richiede un aggiustamento dei valori. Nel frattempo produttori e consumatori sono danneggiati e se fa difetto la politica economica il mondo sfocia in una crisi economica epocale. È già accaduto e può ripetersi se manca la saggezza nei governanti. Da qui la necessità che i paesi economicamente avanzati si muovano uniti per sventare i pericoli di una crisi economica internazionale che potrebbe produrre decine e decine di milioni di disoccupati e, di conseguenza, l’abbassamento drastico del tenore di vita fino ad ora raggiunto.

Come la storia economica insegna – e ciò vale molto di più della teoria – il mercato non può essere lasciato solo a se stesso, senza una disciplina che da una lato consenta il dispiegarsi del gioco della domanda e dell’offerta, e quindi della concorrenza e, dall’altro lato, stabilisca le linee guida per impedire che proprio il mercato si involva nelle crisi che sempre crea e che lo portano a far lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile, penalizzando soprattutto i lavoratori, mentre potrebbe far conseguire la piena occupazione e il miglioramento del tenore di vita delle popolazioni attraverso l’aumento incessante della produttività. In termini sintetici, ciò significa impiegare al meglio il lavoro, il capitale e la terra.

Ma prima occorre arrivare al più presto a un nuovo ordine monetario internazionale, considerando che la moneta deve far aumentare il reddito nazionale e produrre ricadute benefiche sui bilanci familiari. È necessario altresì studiare interventi volti ad eliminare le strozzature tanto nell’offerta che nella domanda di beni e servizi. È auspicabile che in opportuna sede i paesi del G7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Italia, Inghilterra e Canada) più la Russia si riuniscano e decidano di ritornare al sistema dei cambi monetari fissi e basati sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti valutaria e non su parametri cervellotici come quelli di Maastricht. Gli altri paesi, in primo luogo la Cina e l’India, non potrebbero che adeguarsi al nuovo ordine monetario internazionale, nel quale – giova ricordare – ogni paese od ogni area economica mantiene la sua libertà, accettando soltanto il vincolo dell’equilibrio dei suoi conti nei confronti del resto del mondo.

È un po’ un ritorno all’accordo di Bretton Woods del 1944, in base al quale, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’insieme dei paesi economicamente più avanzati, vincitori e vinti, hanno conosciuto l’impetuosa crescita economica, il benessere e, quello che è più importante, la piena occupazione delle forze lavoro, comprese quelle giovanili. Dopo la rottura di quell’accordo, avvenuta nella domenica di mezzagosto del 1971, con lo sganciamento del dollaro dall’oro, l’economia internazionale è andata avanti tra alti e bassi con ripetute crisi economiche e valutarie, con speculazioni finanziarie selvagge, con alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile e ora con il lavoro precario.

Emanuela Melchiorre

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