Il costo del denaro e la crescita economica dell’eurozona

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it l’11 marzo 2008

Si è persa ancora una volta l’occasione per dare slancio alle economie dei paesi dell’eurozona. Infatti, nonostante gli imprenditori europei chiedessero a gran voce una diminuzione del tasso di interesse della Bce per ridurre la differenza tra euro e dollaro, che sta fortemente penalizzando le esportazioni europee, specie nei confronti degli Stati Uniti, il banchiere centrale, Jean-Claude Trichet, ha confermato questa settimana che il prezzo del denaro da lui stabilito al 4%, ovvero il tasso di interesse di riferimento dell’eurozona, non subirà variazioni, in vista delle previsioni di marzo della Bce che ha rivisto al rialzo, rispetto alle previsioni dello scorso dicembre, il tasso annuo di inflazione stimato per il 2008 e quello per il 2009.

Le stime della Bce sono pessimistiche anche riguardo l’andamento della crescita economica, misurata dalla variazione percentuale del Pil dell’area dell’euro. Come più volte detto, l’obbiettivo statutario della Bce è esclusivamente il perseguimento di un basso tasso di inflazione, al di sotto del 2%. Pertanto, sembra sia di scarsa importanza il fatto che per perseguire tale risultato il prezzo da pagare sarà una crescita lenta, quasi stagnante, dei paesi firmatari del Trattato di Maastricht. La politica monetaria della Bce è stata criticata apertamente dal Fondo monetario internazionale. Dominique Strauss-Kahn, il suo direttore, ha infatti affermato, in una sua recente intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde, che la Bce accentra troppo potere all’interno dell’eurozona e che occorrerebbe l’istituzione di un contraltare politico impersonato da un ministro europeo delle finanze, che fosse in grado di indirizzare la politica comunitaria verso la crescita economica dell’area dell’euro e, quindi, non per perseguire, come è nei fatti, l’apprezzamento continuo dell’euro nei confronti del dollaro. Il numero uno del Fmi si è spinto anche oltre nelle sue dichiarazioni, affermando che è venuto il momento di considerare la politica di bilancio, o meglio il deficit spending, come uno strumento utile per innescare la spirale dello sviluppo per quei paesi che, per usare le sue testuali parole, «se lo possono permettere». Il direttore del Fmi ha usato un linguaggio diplomatico, ma il significato del suo intervento è stato molto chiaro. I parametri di Maastricht impediscono all’economia dell’eurozona di crescere in funzione delle loro molte potenzialità. Da quando è stato firmato il patto di stabilità tra i paesi dell’eurozona, la crescita del Pil, dei consumi e, soprattutto, degli investimenti è stata modesta, rimanendo inferiore a oltre la metà della crescita degli Stati Uniti.

Ora incombe la recessione con l’inflazione a causa dell’andamento dei prezzi del petrolio, delle materie prime e dei beni rifugio, come l’oro, ed è quindi più che auspicabile, anzi si impone, un cambiamento della politica economica dell’eurozona e, prima di tutto, una modificazione dello statuto della Bce, in modo che governi e parlamenti riacquisiscano almeno in parte i poteri monetari, cui hanno abdicato a favore della banca centrale europea indipendente.

Emanuela Melchiorre

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