Il prezzo del petrolio e i ritardi della politica italiana

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 14 marzo 2008

Il prezzo in ascesa delle materie prime energetiche ed alimentari, quelle che gli economisti chiamano «commodities», comporta un incremento generalizzato di tutti i prezzi dei prodotti di uso quotidiano, causando effetti negativi più evidenti di giorno in giorno sui bilanci delle famiglie italiane. Dal prossimo aprile avranno luogo nuovi aumenti di prezzi del gas e dell’elettricità e ulteriori incrementi si attendono anche per luglio. Tra le cause basilari da ascrivere all’incremento del prezzo dei prodotti energetici e del petrolio in particolare, che costituisce la componente principale di inflazione importata, vi è l’atteggiamento avverso dei paesi produttori e esportatori appartenenti al cartello dell’Opec, che hanno stabilito di lasciare immutate le quantità prodotte, causando una reazione amplificata dei mercati. Il prezzo del greggio ha raggiunto, pertanto, il livello di 108 dollari al barile, mentre le borse mondiali, e in particolare Wall Street, hanno registrato risultati ampiamente negativi. Le ipotesi di limitatezza delle riserve di idrocarburi e la limitata capacità estrattiva, che sono spesso citate come cause della riluttanza dei produttori ad aumentare la loro fornitura in tempi rapidi, non sono credibili.

È vero, piuttosto, che i paesi del Medioriente – Arabia Saudita, Iran e Iraq – utilizzano i petroldollari per fini diversi dall’investimento e dall’ammodernamento dell’industria estrattiva. Le strutture usate oggi infatti sono ancora quelle realizzate negli anni Sessanta dalle compagnie occidentali di grandi dimensioni, che hanno comunque una capacità estrattiva maggiore di quella utilizzata attualmente. È documentato infatti, come sostiene Davide Tabarelli in un suo recente articolo comparso sul Sole 24 Ore, che nel 1979 vi fu un picco di produzione superiore di 2 milioni di barili al giorno rispetto al livello estrattivo odierno, a fronte di una domanda di allora inferiore di 24 milioni di barili al giorno rispetto a quella attuale. La domanda di petrolio e di materie prime è oggi aumentata sensibilmente rispetto agli anni Sessanta e Settanta, poiché esistono nuovi grandi consumatori, come l’India e la Cina. La finanza speculativa, inoltre, è sempre in cerca di nuovi mercati da «contagiare», e quello delle materie prime rappresenta un investimento che garantisce, come si dice in gergo, una «buona tenuta dei prezzi», come lo è anche il mercato dell’oro, il cui prezzo sfiora oggi la soglia dei 1000 dollari l’oncia.

Per quanto riguarda l’Europa dell’euro, la rivalutazione della moneta unica rispetto al dollaro, che ha toccato il livello di oltre 1,53 dollari per euro e un picco record di oltre 1,54, non è sufficiente per contrastare l’impennata del prezzo del greggio, in quanto il dollaro perde potere di acquisto più rapidamente di quanto non possa essere rivalutato l’euro. Di conseguenza, in termini relativi, l’euro non costituisce un tempestivo argine all’inflazione internazionale. Mentre comporta effetti negativi fin troppo tempestivi sulle esportazioni dei paesi dell’unione monetaria. Solamente in una recente dichiarazione, rilasciata in occasione dell’attuale G10 di Basilea, il governatore della Bce, Jean-Claude Trichet, si è mostrato preoccupato per l’andamento della quotazione dell’euro nei confronti del dollaro, senza però porvi alcun rimedio. Al contrario, egli sostiene che sia la Federal Reserve a dover cambiare le politiche espansive di sostegno all’economia e, quindi, di riduzione del tasso ufficiale di sconto, per far sì che il rapporto euro/dollaro muti. È una richiesta, quella del governatore europeo, fuori dalla realtà. Non vi è, infatti, alcun motivo per il quale la banca centrale americana debba preoccuparsi dell’andamento dell’economia europea, a maggior ragione se è proprio il banchiere centrale europeo il primo a contrastare, con le sue decisioni di politica monetaria, una crescita economica dell’area secondo le potenzialità dei paesi membri.

L’Italia potrebbe contrastare in parte l’andamento dell’inflazione combattendo almeno una delle sue cause maggiori: l’alto prezzo delle importazioni di materie prime. Vale la pena notare che quest’anno il deficit energetico italiano aumenterà di altri 10 miliardi di euro, raggiungendo un livello record di 61 miliardi di euro, pari al 3,7% del Pil e maggiore dello 0,6% rispetto al livello del 2007. L’inflazione importata può essere contrastata solamente mediante due vie, complementari tra loro. La prima è la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e la scelta delle più convenienti in termini di prezzo, ma anche di affidabilità geopolitica. Infatti, mediante la creazione di nuovi rigassificatori, si potrebbe importare gas liquefatto da paesi più lontani rispetto all’Algeria e alla Russia, che forniscono gas all’Italia mediante gasdotti. La seconda via è la produzione di energia elettrica all’interno dei confini nazionali mediante l’impianto di centrali nucleari di quarta generazione, la cui capacità di produzione è di gran lunga superiore a qualsiasi altra fonte di produzione di energia, nonché mediante un ammodernamento e un ripensamento in termini di maggiore efficienza della produzione idroelettrica.

Emanuela Melchiorre

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