Sempre più penalizzati i redditi da lavoro

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 16 marzo 2008

L’Ocse – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – ha pubblicato in questi giorni il rapporto dal titolo «Tax and Wages 2007» (Imposte e Stipendi 2007). Ne emerge un quadro desolante della situazione italiana da qualunque angolo di visuale lo si voglia esaminare, sia che lo si confronti con quello degli altri Paesi facenti parte dell’Ocse, sia che lo si consideri in relazione ai Paesi dell’Europa a 15. In particolare, per quanto riguarda il livello di retribuzione medio annuo, l’Italia si colloca al 23mo posto nella graduatoria dei Paesi a maggiore industrializzazione, seguita solo da Stati come il Portogallo, la Turchia, l’Austria e la Polonia. Gli stipendi medi annui in Italia sono, infatti, di 13.000 euro (pari a 19.184 dollari Usa), di gran lunga inferiori alla media dell’Europa a 15 (17.235 euro, corrispondenti a 26.434 dollari), alla media Ocse (16.081 euro, ossia 24.660 dollari). Il confronto da questo punto di vista è ancora più sconfortante se viene effettuato in relazione alle retribuzioni della Svizzera (34.136 dollari), degli Stati Uniti d’America (33.189 dollari), o del Canada (26.531 dollari).

Se i dati sulle retribuzioni vengono combinati con quelli riguardanti l’imposizione fiscale da redditi da lavoro, il cosiddetto «cuneo fiscale», la situazione italiana appare ancora più drammatica. Infatti, tale imposizione fiscale supera, in percentuale, quella di tutti i Paesi con redditi da lavoro più bassi e quella di quasi tutti gli altri con redditi da lavoro più alti (con le sole eccezioni, di lieve entità, del Belgio, della Germania, della Francia e del Giappone). Hanno invece una imposizione fiscale inferiore (fino a 15 punti) Paesi come gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Regno Unito, il Canada e persino la Svezia, in cui le imposte sono state tradizionalmente sempre molto elevate, in corrispondenza però di un più elevato grado di protezione sociale. Emblematico può essere considerato l’esempio della Spagna, che, a distanza di pochi anni dalla caduta della dittatura, è riuscita a superare l’Italia nel livello medio delle retribuzioni (22.207 dollari), con una differenza in più di circa 9 mila euro rispetto a quello italiano, pur mantenendo una imposizione fiscale più leggera di 7 punti percentuali.

Un risultato davvero sorprendente si può riscontrare se si provvede a scomporre l’intero onere italiano sui redditi da lavoro nelle sue diverse componenti. Viene infatti frequentemente sollecitata, a tutti i livelli, un’ennesima riforma delle pensioni, ventilando incessantemente il rischio che il sistema non possa a lungo sostenere la tendenza a crescere della media della vita umana. Si scopre, tuttavia, che l’onere fiscale complessivo, pari al 45,9% del reddito da lavoro, è costituito da una tassazione media di 14,4 punti percentuali, mentre il restante 31,5% è costituito da contributi previdenziali (24,3% a carico dei datori di lavoro e 7,2% a carico dei lavoratori). Si tratta di un’aliquota considerevole, che potrebbe essere proficuamente confrontata con quella degli altri Paesi per trarne delle conclusioni anche in merito agli scopi per i quali viene utilizzato un gettito tanto considerevole.

Ma il quadro di raffronto dell’Italia con gli altri Paesi va completato con la considerazione della diversa qualità di tutti i servizi resi dal settore pubblico. Se è indubbiamente vero che le cosiddette pensioni di anzianità (del resto di fatto quasi eliminate) sono state una prerogativa quasi esclusivamente italiana, l’indennità di disoccupazione, gli assegni familiari, la sanità, per non parlare dei trasporti, dei servizi postali, della raccolta e del riciclo dei rifiuti, della fornitura di luce, gas ed acqua, della viabilità, offrono tutti esempi di migliore qualità nei Paesi stranieri rispetto all’Italia. Tutto ciò con buona pace del governo Prodi e dei suoi ministri, in particolare Padoa-Schioppa, che nonostante il fallimento della loro politica economica e sociale, continuano ad imbonire l’opinione pubblica di ritornelli sul risanamento dell’economia e sulla solidità della ripresa delle attività produttive che non c’è, mentre l’inflazione incalza e falcidia i più bassi livelli dei redditi da lavoro.

Emanuela Melchiorre

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